LA MALATTIA. COME SI E’ EVOLUTA, LA SUA VISIONE NEL TEMPO

Avere la febbre, il mal di schiena o la gastrite, oggi e’ proprio una seccatura.

Molto frequentemente, nella mia routine di ambulatorio, mi ritrovo ad educare i miei pazienti verso uno stile di vita più sano, dove la vita frenetica e i doveri che abbiamo tutti possono abbracciare i momenti in cui si stacca la spina, in cui ci prendiamo cura di noi stessi. Come si fa a mangiare sano, fare attività fisica, andare a lavoro e poi a prendere i figli a scuola in una giornata?   ORGANIZZAZIONE e COLLABORAZIONE.

Breve storia del concetto di “malattia”

La malattia è sempre stata considerata come alterazione della morfologia e della struttura: si parlava di malattia d’organo con Morgagni nel 1700, poi con Virchow nel 1800 si è passati a considerare la malattia cellulare per giungere a Pauling che nel 1949 scoprì che una malattia, ad es. l’anemia falciforme, poteva essere dovuta al cambiamento di un solo amminoacido nella catena dell’emoglobina e si è quindi cominciato a parlare di malattia molecolare.

Oggi siamo arrivati alla medicina di precisione e alla personalizzazione della terapia attraverso la raccolta di tantissimi dati (esami strumentali e genetici), che indirizzano verso la terapia più adatta per ciascuno di noi (es. terapia in base ai recettori espressi dalle cellule tumorali polmonari).

Anche noi siamo arrivati a vedere la malattia diversamente: fino al 1700 le epidemie erano considerate una punizione divina inflittaci dagli dei o ad un Dio per un torto commesso dagli umani; oggi vediamo la malattia come una seccatura, un rallentamento nella nostra frenetica routine.

Oggi, con l’avvento di farmaci potenti e a disposizione di tutti, ci siamo dimenticati che possiamo intervenire prima la malattia, facendo prevenzione. L’80% delle patologie infatti è legato all’ambiente e solo il 20% alla genetica o alla familiarità.

“La genetica è la pistola con il colpo in canna ma chi spara è l’ambiente” (“Genetics loads the gun, but the environment pulls the trigger.” George Bray, 1996).

Fattori ambientali che possono incidere sulla salute:

INQUINAMENTO

L’inquinamento è la quarta causa di morte globale. È stato appena pubblicato uno studio eseguito sul territorio milanese durato due anni consecutivi, che analizza il rapporto tra inquinamento atmosferico e temperatura e gli arresti cardiaci.
Si è notato che a parità di inquinamento gli arresti cardiaci sono 3 volte più numerosi quando la temperatura supera i 23 gradi. C’è quindi un’interazione tra aumento di temperatura globale e arresti cardiaci.
Stiamo già pagando il prezzo del cambiamento climatico: attualmente i bambini da 1 a 5 anni hanno un incremento dell’88% delle patologie respiratorie e infettive a causa dell’inquinamento. Nascere in un posto o in un altro fa la differenza: i fattori socio-economici fanno variare tantissimo l’aspettativa di vita. Ad esempio, nella città di Baltimora c’è una differenza di aspettativa di vita di 13 anni tra zona più ricca e più povera della stessa città. Questa differenza si registra anche tra nord e sud Italia (11 anni). Anche la professione incide sull’aspettativa di vita.

INVECCHIAMENTO

Gli unici fattori che hanno dimostrato una relazione fondamentale con l’invecchiamento sono:

  • reddito
  • relazioni sociali

Ecco una casistica dei sintomi più comuni riportati ai medici di base in tre anni: dolore toracico, vertigini, insonnia, mal di testa, mal di schiena, dolori addominali ecc.

In più del 75% dei casi questi problemi non trovano una risposta perché non c’è una patologia dietro ai sintomi riferiti e non ha senso analizzare singolarmente il sintomo o l’organo o la cellula.

Tutto il sistema corporeo è integrato dal sistema nervoso autonomo (SNA) che è l’interfaccia rispetto a tutto quello che ci succede ed è fondamentale per la sopravvivenza.  Il SNA è alterato in ogni situazione cronica. 

Esempio cardiologico (ma vale per qualsiasi organo): qualsiasi intervento faccia aumentare l’ortosimpatico fa aumentare il rischio cardiovascolare, così come qualunque intervento che aumenti l’attività vagale migliora la prognosi.  Ci sono però pochissimi mezzi per aumentare il sistema parasimpatico.

Il SNA non è legato solo allo stress. Un articolo su Nature del 2002 dimostrava come la stimolazione ortosimpatica sia in grado di rilasciare citochine infiammatorie (Tracey K, Nature 420:852-56, 2002). Si comincia a parlare di neuro infiammazione e l’infiammazione è uno dei principali fattori patogenetici di qualunque patologia cronica.  C’è inoltre una relazione stretta tra SNA e sistema immunitario: il sistema simpatico che è attivo nelle situazioni di stress riduce la risposta immunitaria inibendo l’attivazione di alcuni linfociti (es. herpes labiale sotto stress).

Ortosimpatico e parasimpatico sono due sistemi che devono funzionare in modo bilanciato. Se così non accade si arriva alla patologia. Ci sono vari modi per misurare SNA e quello attualmente più usato è l’HRV (variabilità di frequenza cardiaca).

L’attivazione ortosimpatica è fondamentale per tutte le performances fisiche o mentali ma non ci deve essere un’attivazione cronica.  Il sistema deve essere dinamico: quando si perde la dinamicità si entra nella patologia (p.es. attacco di panico).

Uno studio eseguito su centenari in buono stato di salute ha mostrato che  avevano tutti una predominanza vagale (Paolisso et al, Clinical Science 1999;97:587- 594).

SONNO

Il sonno è uno stato di predominanza vagale. Dormire è fondamentale: la frequenza di infarti di notte è molto scarsa, si muore di più nelle prime ore del mattino, quando riparte l’attività ortosimpatica.

È stato fatto uno studio che ha confrontato pazienti con deprivazione di sonno totale per 3 giorni, a pazienti che hanno dormito 4 ore per notte per 10 gg (Effect of sleep loss on C-reactive protein, an inflammatory marker of cardiovascular risk. Hans K. Meier-Ewert, MD, Paul M. Ridker, MD,et al. Journal of the American College of Cardiology, Vol. 43, N 4, 2004) ai quali è stata misurata la proteina C reattiva, indice di infiammazione. I risultati hanno mostrato un aumento significativo nella deprivazione cronica di sonno a dimostrazione che la deprivazione di sonno porta a una non-disattivazione ortosimpatica.

Un altro studio dimostra come i soggetti che hanno dormito più di 7 ore si ammalano meno di raffreddore dopo impianto di rhinovirus. (Sleep habits and susceptibility to the common cold. Sheldon Cohen, PhD; William J. Doyle, PhD., et al.  Arch Intern Med. 2009, 169(1):62-67).

L’insonnia si associa ad un aumento della mortalità in generale (Association Between Insomnia Symptoms and Mortality A Prospective Study of US Men. Yanping Li, MD, PhD, et al. Circulation. 2014; 129:737-746).

Mi rendo conto che viviamo in un mondo in cui siamo succubi della routine, moltissimi di voi fanno un lavoro che porta alla deprivazione di sonno (basta pensare alle infermiere), ma il mio spunto di riflessione è per coloro che possono, attraverso un po’ di organizzazione, rivoluzionare il loro stile di vita.

Come? Stimolando il nervo vago e quindi il sistema parasimpatico!

  • Attività fisica
  • Sonno
  • Dieta 
  • Terapie cognitivo-comportamentali: yoga, mindfulness, meditazione. Sono stati fatti vari studi che dimostrano come queste discipline portino ad un calo dell’attività simpatica:
  • Osteopatia: e’ dimostrato che l’osteopatia, attraverso un tocco dolce e sensibile, riesce a diminuire i livelli di attivazione dell’ortosimpatico e quindi i livelli di stress, creando un terreno più fertile per la salute.

Concludo con la frase di un film che contiene il più bel manifesto di medicina preventiva:

Qual è il senso della vita? Essere gentile con la gente, evitare cibo grasso, leggere un libro ogni tanto, passeggiare, dormire bene e cercare di vivere bene con le persone di qualunque credo e nazione”.

Elena
Osteopata

ZUCCHERO BIANCO: condannato o assolto?

Lo zucchero bianco, o saccarosio, è un composto chimico organico della famiglia dei carboidrati, estratto da un vegetale il cui nome scientifico è Saccharum officinarum. Proviene dalla Nuova Guinea dove, secondo i botanici, sarebbe stato addomesticato alcune migliaia di anni fa…
E’ entrato nelle nostre vite e non ne esce più!!!

Sono molte le persone che ne sono “dipendenti”: sapevate che, in media, consumiamo circa 24 kg pro-capite all’anno, ovvero 2 chili al mese di zucchero?!
Risulta doveroso fare chiarezza sulla vera natura dello zucchero bianco, quanti tipi di zucchero esistono, valutare i potenziali rischi e una serie di alternative naturali che ci permettano di rendere la nostra vita un po’ “più dolce”, senza necessariamente compromettere la nostra salute … e l’ambiente

Zucchero integrale, zucchero bianco, mascobado, di canna o di barbabietola?

E’ questo il dilemma ogni mattina, di molti che si ritrovano al bar a prendere il caffè…
Che sia zucchero integrale, bianco, mascobado, di canna o di barbabietola è sempre la stessa maledetta e preziosa molecola: saccarosio.
Quello grezzo di canna vince tra foodies, salutisti e bionatural chic. Ma dal punto di vista chimico-nutrizionale non ci sono differenze, nemmeno in termini di calorie.
Tutto lo zucchero è ricavato dalla canna da zucchero e, in quantità minore, dalla barbabietola da zucchero.
I processi di lavorazione si assomigliano: dal succo di entrambe le piante si ricava lo zucchero bianco. Le differenze di colore e sapore dipendono solo dalla quantità di residui di melassa (dall’ 1% al 5%), un liquido dolce e viscoso con piccolissime quantità, irrilevanti dal punto di vista nutritivo, di potassio, ferro, magnesio e vitamine.
Non ci sono prove scientifiche a sostegno del fatto che lo zucchero bianco sia più dannoso di quello grezzo.
Ma, bisogna dirlo: la melassa rende più acido lo zucchero e aumenta la sua capacità di assorbimento dell’acqua, caratteristica utile per preparare torte e biscotti che si mantengano morbidi.
Un’ingiustificata pigrizia ci porta forse a ragionare per analogia con la farina integrale che, rispetto a quella bianca, conserva davvero preziosi nutrienti.

Come si ottiene lo zucchero bianco?

Per essere così bianco, lo zucchero subisce numerosi trattamenti: viene depurato con latte di calcio (provocando così la perdita di enzimi e sali); per eliminare la calce in eccesso e per schiarirlo viene trattato chimicamente con CO2 e con acido solforoso; viene poi filtrato e decolorato con carbone animale che si ottiene dalla calcinazione di residui animali come ossa o sangue e che è dotato di forte potere decolorante e assorbente; poi, per essere sbiancato del tutto, viene trattato con coloranti spesso derivati dal catrame (sì, quello petrolifero) potenzialmente cancerogeni.
Per essere assimilato, il saccarosio prende direttamente dal nostro corpo vitamine e sali minerali, come ad esempio il calcio. Per questo motivo, lo zucchero bianco raffinato è una sostanza che crea una forte acidificazione del sangue, costringendo il nostro organismo ad attingere alle proprie riserve di sali minerali per mantenere il ph ad un livello accettabile.

Quali le conseguenze di un uso prolungato ed eccessivo di zucchero?

  • indebolimento delle ossa, carie dentaria, artrosi, osteoporosi
  • a livello intestinale si possono avere alterazioni della flora batterica, coliti e diarrea
  • effetti sul sistema nervoso, che si traducono in stati di irritabilità o euforia, ma anche depressione, che è spesso favorita da un eccessivo consumo di zucchero
  • diversi tipi di infezioni ginecologiche, come ad esempio la candidosi: considerate che la Candida Albicans è un fungo saprofita, fondamentale proprio nella digestione degli zuccheri mediante un processo di fermentazione, ovvero questo fungo si nutre degli zuccheri
  • dal punto di vista estetico un eccesso di zucchero può portare alla caduta dei capelli, formazione di cuscinetti adiposi, cellulite e ritenzione idrica …

Lo zucchero crea una vera e proprio dipendenza, come una droga: conosciamo tutti gli effetti dei picchi di glicemia nel nostro sangue, provocati dal rapido assorbimento dell’amato zucchero.  Il problema è che questi interessano anche il nostro pancreas, che per fronteggiare questi sbalzi, mette in circolo l’insulina nel sangue rischiando di portare a crisi ipoglicemiche. Da non dimenticare poi che lo zucchero, insieme a caffè ed alcoolici, come primo killer delle vitamine del gruppo B presenti nel nostro organismo, può portare a gravi malattie metaboliche: prima su tutte il diabete.

Alternative allo zucchero bianco?

Non sono pochi i motivi per ricorrere alle alternative a questa sorta di droga alimentare.  Sappiamo che lo zucchero non fa bene, ma non sappiamo quanto faccia male. Ci sono ancora pochi studi riguardo i sostituti naturali dello zucchero nei dolci (malto, sciroppo d’agave, sciroppo d’acero, miele), e quelli sui dolcificanti artificiali danno sempre risultati contrastanti.
Il mio suggerimento è quello di adottare una linea prudente: nell’alimentazione quotidiana cercare di prediligere gusti naturalmente dolci provenienti da frutta (fresca, cotta, disidratata), da cannella, vaniglia o radice di liquirizia; abituarsi a bevande non dolcificate (gli infusi di frutta, ad esempio, sono più aromatici rispetto al tè); fare attenzione allo zucchero nascosto (ad esempio in bevande solubili o yogurt alla frutta). I dolci veri e propri, se consumati con moderazione sia come quantità che come frequenza, non incidono sul rischio di cancro o altre patologie: meglio però scegliere quelli fatti in casa e meno zuccherini (evitando ad esempio meringhe e meringate, torrone, croccante, caramello). I dolci da supermercato o da distributore lasciateli dove sono: oltre ad essere ricchi di zucchero, sono fatti con grassi vegetali raffinati, farine raffinate, contengono spesso conservanti e additivi chimici; non vi saziano, aumentano esponenzialmente la voglia di altro dolce

 

 

 

 

Conclusioni

E’ tutta una questione di misura (quantità), associato alla sedentarietà: il consumo smodato di zuccheri e bibite zuccherate non fa altro che stressare giornalmente il pancreas costretto a produrre quantità enormi di insulina per contenere il traffico di zuccheri nel sangue. L’effetto collaterale di tutta questa insulina? Grasso!
Se sommiamo l’abuso di zuccheri, gli interventi massicci di insulina e la sedentarietà si producono davvero degli effetti preoccupanti: grasso, predisposizione al diabete e a malattie cardiovascolari, nonché rischio di cancro
Non è lo zucchero in sé ad essere dannoso, ma il suo abuso, così come per tantissimi altri cibi…
Per una mattina, provate a prenderlo amaro il vostro caffè!!!

Enrica
Biologa Nutrizionista

Con i piedi per terra!

Sono una delle parti del corpo meno valorizzate dal punto di vista funzionale, trascurati e spesso ingabbiati in strutture più belle che utili.
I piedi rappresentano, dal punto di vista anatomico, l’estremità distale della gamba.

Il punto più estremo del corpo umano a contatto con il terreno.
Dato che siamo “bipedi implumi” (cit Platone), l’importanza delle nostre basi di appoggio dovrebbe essere al quanto evidente.

Il piede è un organo complesso perché complessa è la sua funzione, svolge compiti sia statici che dinamici, è deputato non soltanto alla capacità di muoversi e camminare, abilità che necessita di adattabilità, sensibilità e presa al suolo, ma ha anche la funzione di organo necessario per il mantenimento della postura e dell’equilibrio. Per svolgere queste funzioni il piede è dotato di innumerevoli articolazioni, di un sistema muscolare intrinseco, di una ricca innervazione, di una cute in parte elastica e sottile ed in parte dura e resistente.

Nel piede ci sono 26 ossa, (un quarto di tutte le ossa dello scheletro), ci sono 33 articolazioni, 20 muscoli, 150 legamenti e più di 7.200 terminazioni nervose che formano un ricco circuito di sensori per l’equilibrio ed una struttura anatomica in grado di sostenere il peso del corpo.

Tutti i carichi generati dal movimento si distribuiscono e prendono fulcro sul piede, per tale ragione i suoi legamenti e le inserzioni tendinee sul piede sono tra le più spesse e resistenti dell’intero organismo.

Nella stazione eretta, il piede poggia sul suolo con tre punti scheletrici:

  1. Un appoggio anterointerno che corrisponde alla testa del 1° osso metatarsale e alle sue ossa sesamoidi
  2. Un appoggio anteroesterno che corrisponde alle testa del 4° e 5° metatarsale
  3. Un appoggio posteriore sulla tuberosità posteriore del calcagno

La sua parte più prossimale entra a fare parte dell’articolazione della caviglia, il tallone costituisce l’estremità posteriore del piede, il tarso la porzione intermedia, il metatarso e le cinque dita la porzione anteriore.
Possiede una superficie inferiore detta pianta o superficie plantare ed una superficie superiore detta dorso.
Solitamente il peso del corpo viene ripartito sulla pianta del piede con il 57% sul calcagno e il 43% sull’avampiede.

La volta plantare simile ad un elica svolge una funzione ammortizzatrice nella ortostasi e nella deambulazione.

La parte scheletrica del piede, rappresentata dai pilastri e dagli archi, è deputata a sostenere le forze in compressione.

L’apparato capsulo-legamentoso, invece, è deputato a sostenere le forze in distensione.
Quando queste ultime superano il limite massimo di resistenza intervengono i gruppi muscolari, che concorrono a mantenere il normale assetto della volta plantare nei diversi momenti della marcia.

Durante la corsa l’intensità dei carichi sul piede è fino a tre volte maggiore rispetto al normale cammino e, per questo, anche le forze pronatorie sul piede aumentano, per facilitare l’assorbimento dell’impatto.
Il piede, elemento fondamentale per garantire il coordinamento e il controllo motorio dell’uomo, è tra le sedi più colpite da traumi sportivi.
Gli atleti spesso convivono a lungo con dolori al piede, inconsapevoli che una prolungata esperienza del dolore causa uno schema motorio alterato, caratterizzato da contratture muscolari, creando così un complesso circolo vizioso.

Per prevenire le problematiche dolorose a livello del piede, ma anche delle ginocchia e della colonna vertebrale, sia a carico dei legamenti che delle ossa e dei muscoli, si deve quindi fare molta attenzione al gesto atletico. Importante è inoltre inserire negli allenamenti esercizi atti a far lavorare muscoli tendenzialmente poco utilizzati ma importanti per la statica e la dinamica del piede.

Spesso impigriti da uso di scarpe eccessivamente rigide, i piedi hanno bisogno di ritrovare la loro libertà e capacità di movimento. CAMMINARE E FARE ESERCIZI A PIEDI NUDI dovrebbe essere una buona abitudine.

Avere piedi in salute si ripercuoterà positivamente su tutto il nostro corpo.

Osservando e confrontando le caratteristiche generali del piede e della mano, entrambi dotati di cinque dita, si può rilevare una notevole somiglianza dovuta alla comune origine da strutture embrionali simili successivamente specializzatesi.

Come si nota il piede è la prima parte della gamba che si forma nell’embrione, come un fiore che sboccia e che poi formerà lo stelo. Per cui il piede ha connessioni dirette con tutto il corpo dall’alluce alla lingua.

Renny
Personal Trainer

Il core superficiale

Potete fare un milione di sit-ups e crunches e non avranno alcun effetto sulla definizione degli addominali. Quando le persone mi chiedono quale sia il miglior esercizio, rispondo “la spinta del tavolino”. Normalmente ci vogliono alcuni minuti perché capiscano, ma non è uno scherzo; è la verità. Se volete addominali migliori, mangiate meno e allenatevi di più, ma non limitatevi ad allenare solo i vostri addominali.

L’idea di “lavorare sugli addominali per ottenere gli addominali” è una delle idee sbagliate più vecchie dell’allenamento. Ciò rimanda all’idea del dimagrimento localizzato. Il dimagrimento localizzato non ha mai funzionato e non funzionerà mai. Le ricerche sono state fatte in maniera continua e la risposta è stata sempre la stessa: non possiamo diminuire lo strato di grasso su di un’area particolare lavorando l’area stessa. Ciò significa che la persona che fa i sit-ups per perdere il grasso addominale e la signora seduta alla macchina degli adduttori stanno perdendo il loro tempo. Un buon allenamento su tutto il corpo è stato, e sarà la chiave per la perdita di grasso.

Volete ottenere una definizione degli addominali?

Terminate ogni allenamento con un po’ di duro interval training invece di sit-up o crunch extra. L’interval training è la vera chiave per la perdita di grasso e la definizione che ne consegue. L’interval training brucia più calorie che l’aerobica a passo costante, e poiché è un programma sprint, sarai più motivato e otterrai risultati da sprinter. L’allenamento degli addominali può ridurre il diametro dei fianchi ma non farà niente per ridurre il grasso corporeo.

La verità è che ci sono un sacco di buone ragioni per allenare il core. Un core forte è una delle chiavi nella prevenzione del mal di schiena. Un core forte aiuterà ad apparire meglio e migliorare le prestazioni in tanti sport, ma i sit-ups o qualsiasi altro esercizio per gli addominali non ridurranno il grasso corporeo.

#CHASEYOURBETTER
Davide ROSSI
Coach

Sedentarietà e scorrete abitudini alimentari in età evolutiva

A partire dai 6 anni, da quando incomincia la scuola, il bambino può incorrere nel rischio della sedentarietà: le ore trascorse dietro il banco sommate al tempo necessario per lo svolgimento dei compiti a casa e al tempo trascorso davanti a televisione e computer, possono impigrire il bambino e condizionarne il benessere e l’equilibrio psicofisico presente e del futuro[1], inoltre  queste attività sono spesso legate all’assunzione di alimenti dal basso profilo nutrizionale e dall’alto contenuto calorico (Vader et al, 2009).
In alcuni studi si è osservato che queste attività sedentarie sono associate a un maggior rischio di sovrappeso e obesità (Crespo et al, 2001; Troiano et al, 2001) e a una riduzione del tempo dedicato al gioco all’aperto o allo sport strutturato, considerato un fattore protettivo (Task Force, 2001).
Un nutrito corpus bibliografico ci sta informando su alcune problematiche, relative allo sviluppo infantile, che potrebbero essere fonte di serie conseguenze formative e socio-sanitarie nei prossimi anni, qualora non venissero affrontate.

Sono molteplici le cause che portano a questo tipo di comportamento, ad esempio:

  • La diminuzione di spazi e tempi dedicati all’attività motoria (Dunnet et al, 2000; Greenfield et al, 2000; Herrington et al, 1998; Dahlgren et al, 1998);
  • L’estrema urbanizzazione e la carenza di parchi naturali, sostituiti sempre più spesso da quelli artificiali;
  • La paura dei genitori a lasciare i bambini soli e liberi (Valentine et al, 1997; Gaster, 1991; Francis et al, 1991; Hillman et al, 1990);
  • L’estrema organizzazione della vita infantile che non lascia spazio al gioco e alla libera espressione motoria (Rosenfeld, 2001; Davis, 1999):
  • La minore opportunità di accedere a spazi liberi (Kahn, 2002; Pyle, 2002; Rivkin, 2000), da esplorare liberamente, senza l’adulto (Rosenfeld, 2001; Davis, 1999) o di gestione libera del tempo (come avveniva nel “cortile” per le altre generazioni).

Tutto ciò comporta il rischio di modificare completamente l’orientamento, l’aspettativa e la percezione dei bisogni da parte del bambino e di orientarlo verso una infanzia reclusa, come afferma Spencer (2000).

I rischi di questa situazione sono già ampiamente richiamati in letteratura:

  • Passaggio dalla biofilia (Wilson, 1984; Sebba, 1991; Ulrich,1993; Nelson, 1993; Sobel, 1993; Kellert et al, 1993; Nabhan, 1994; Titman,1994; Kaplan,1995; Bardill,1997) alla biofobia (Wilson, 1997; Higgins, 1996; Tilbury, 1995);
  • Perdita del senso e del corpo nella fase evolutiva infantile (Hartig et al, 2003);
  • Impossibilità ad apprendere attraverso il fare e l’agire (learnig by doing diDewey);
  • Perdita della salute fisica e mentale (Trevelyan et al, 2004);
  • Incremento del sovrappeso e obesità infantile (Eisenmann, 2006; Lopez et al,2006; Przeweda et al,2003; Norman et al, 2003; Hamack, 2000);
  • Manifestazione dei trend involutivi delle capacità motorie (Tomkinson et al, 2003; Dordel, 2000; Filippone et al, 2000; Hamack, 2000).

La sintesi di tutti questi effetti si può riassumere nella perdita del piacere di muoversi, del gusto nel giocare e, infine, nella minor disponibilità verso la pratica sportiva (ISTAT, 2006 ITA; Eisenmann et al, 2004; Westerstahl et al, 2003; Norton, 2001; Pratt et al, 1999).

I bambini sono sottostimati e, di conseguenza, sotto stimolati eppure, proprio le esperienze motorie, nella prima fase dell’infanzia, sono fondamentali per lo sviluppo cognitivo (Best, 2010; Hillman et al, 2009; Pesce et al, 2009; Budde, 2008; Buck et al, 2008; Kramer et al,2006;) e sul rendimento scolastico (Tomporowski,2008; Field et al, 2001).
Questa condizione associata ad una cattiva alimentazione, favorisce l’insorgenza dell’obesità infantile.
La prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini è aumentata progressivamente nelle ultime quattro decadi in Europa, con incrementi più marcati a partire dagli anni ’80, soprattutto nei Paesi dell’Europa sud-occidentale, (Jansen, et al 2005, Lobstein, Frelur. ML, 2003, Lobstein, Millstone. E, 2007), tuttavia in alcuni paesi si è osservata una stabilizzazione del fenomeno (Branca.F et al, 2007; Wang, 2006). L’ Italia risulta essere uno dei Paesi europei in cui il sovrappeso e l’obesità sono aumentati maggiormente nei bambini. Secondo il rapporto della International Obesity Task Force del marzo 2005 (EU Platform on Diet, Physical Activity and Health), l’Italia è ai primi posti per prevalenza di eccesso di peso nelle fasce d’età 7-11 anni e 13-17 anni.

Per monitorare l’evoluzione dell’obesità infantile e valutare gli interventi di promozione della salute avviati, il Ministero della salute ha attivato il sistema di sorveglianza “OKkio alla salute”, coordinata dall’Istituto superiore di sanità/Cnesps, vede il coinvolgimento del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, delle Regioni e Province Autonome e delle Aziende Sanitarie Locali. L’obiettivo della sorveglianza è descrivere nel tempo l’evoluzione dello stato nutrizionale dei bambini delle scuole primarie e le caratteristiche dell’ambiente scolastico, in relazione agli aspetti favorenti la corretta nutrizione e l’attività fisica, allo scopo di suggerire azioni appropriate, basate su prove di efficacia.

I risultati di questa indagine evidenziano la diminuzione di bambini di 8-9 anni in sovrappeso o obesi, permangono, tuttavia, elevati i livelli di eccesso ponderale, in particolare i dati del 2016 mostrano una prevalenza del 21,3% di bambini in sovrappeso e del 9,3% obesi, con prevalenze più alte nelle Regioni del sud e del centro, ponendo l’Italia ai primi posti in Europa per sovrappeso e obesità infantile.

Le abitudini alimentari scorrette come saltare la prima colazione, consumare frequentemente bevande zuccherate e/o gassate, assumere poca frutta e verdura e mangiare spuntini a elevata densità energetica possono essere determinanti alimentari di obesità non solo negli adulti, ma anche in bambini e adolescenti (WHO, 2014; Van Lippevelde et al, 2013). Talvolta tali abitudini sono concomitanti (Lauria et al, 2015) e i genitori non sempre hanno un quadro corretto dello stato ponderale del proprio figlio, dai dati del 2014, come nel passato, emerge che tra le madri di bambini in sovrappeso o obesi, il 38% non ritiene che il proprio figlio sia in eccesso ponderale e solo il 29% pensa che la quantità di cibo da lui assunta sia eccessiva. Inoltre, solo il 41% delle madri di bambini fisicamente poco attivi ritiene che il proprio figlio svolga poca attività motoria (Spinelli et al 2014).

Ai giorni nostri già una buona percentuale di bambini sotto i 6 anni è in sovrappeso, se l’obesità si instaura quando si è ancora bambini, la possibilità di diventare degli adulti obesi risulta triplicata, pertanto questa condizione in età infantile assume particolare rilevanza in termini di sanità pubblica, sia per le implicazioni dirette sulla salute fisica, psicologica e sociale del bambino, sia perché tali condizioni rappresentano un fattore di rischio per l’insorgenza di gravi patologie nell’età adulta quali diabete mellito tipo II, ipertensione arteriosa, malattie cardio- e cerebro-vascolari, dismetabolismi, cancro della mammella e del colon-retto (Branca et al, 2007; Williams, 2005).

Accurate analisi dei costi della patologia e delle sue conseguenze sanitarie hanno indotto l’OMS, e anche il nostro Paese, a definire la prevenzione dell’obesità come un obiettivo di salute pubblica prioritario (WHO, 2000; Italia. Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, 2007).
A tal riguardo una corretta alimentazione e una costante attività fisica (AF) risultano fondamentali nella prevenzione dell’obesità.
In letteratura sono presenti diversi studi che mettono in evidenza la relazione dose-risposta tra AF e la salute (Janssen et al, 2010), ciò è dato dall’effetto protettivo mediato da vari meccanismi sui quali l’attività fisica, se praticata in modo continuo e regolare, agisce in modo diretto: riduzione della massa adiposa e aumento della massa magra; riduzione dei livelli di trigliceridi e aumento della quota di colesterolo che protegge le arterie (colesterolo HDL); aumento della sensibilità dei tessuti all’insulina, riduzione del rischio di sviluppare il diabete; sollecitazione del sistema cardiocircolatorio e respiratorio (Strong 2005).

L’aumento della massa e della forza muscolare ha un particolare effetto protettivo sulla massa ossea, incrementandone il contenuto minerale e la densità in una fase cruciale della vita, quella in cui si verifica proprio il picco di accumulo di massa ossea; ciò consente di giungere all’età adulta con un patrimonio osseo consistente e capace di contrastare gli effetti dell’età sulla comparsa dell’osteoporosi. L’esercizio fisico, inoltre, ha effetti positivi sul controllo dell’emotività, sul tono dell’umore e sul senso di auto-efficacia, prevenendo ansia e depressione.
Recenti studi tendono a dimostrare anche una relazione tra attività fisica e capacità cognitive. In particolare, i benefici si traducono sul profitto scolastico, soprattutto nel campo della matematica e della lettura, con ripercussioni positive sia nelle attività quotidiane del bambino che in quelle future, nella vita adulta (Valerio et al, 2012), pertanto, l’attività fisica regolare durante l’infanzia è associata ad un benessere fisico, mentale, emotivo e sociale AF.

Per queste ragioni, l’organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda che i bambini e gli adolescenti dai 5 ai 17 anni devono accumulare almeno 60 minuti al giorno di attività fisica ad una intensità che va da moderata a vigorosa per 5 giorni a settimana, per evitare il rischio di malattie metaboliche e cardiovascolari (World Health Organization).

In conclusione se sei un genitore e hai a cuore la salute di tuo figlio/a non privarli il movimento, muoviti sii d’esempio, motivalo/a, amalo/a e accompagnalo/a verso sani stili di vita.

[1] www.salute.gov.it

Antonio
Personal Trainer

OTTOBRE: IL MESE DELLA PREVENZIONE DEL TUMORE AL SENO

CHE COS’È
Il tumore al seno (carcinoma mammario o tumore alla mammella) e’ una formazione di tessuto costituito da cellule che crescono in modo incontrollato e anomalo all’interno della ghiandola mammaria.
La neoplasia in stadio iniziale si riferisce al cancro confinato nel tessuto adiposo del seno (Stadio 1).
Il tumore si può in seguito diffondere nelle immediate vicinanze (Stadio 2), estendere ai tessuti sottostanti della parete toracica (Stadio 3) e quindi ad altre parti del corpo (Stadio 4, tumore al seno metastatico o avanzato).
Sia la prognosi che il trattamento sono influenzati dallo stadio in cui la neoplasia si trova al momento della diagnosi.
Esistono numerosi tipi di tumore al seno, che si differenziano a seconda di quale parte della ghiandola colpiscono e come si sviluppano.

FATTORI DI RISCHIO
Le cause del tumore al seno non sono ancora ben conosciute. In generale, sono stati associati alla malattia diversi fattori di rischio come l’età (è più comune nelle pazienti sopra i 50 anni), la familiarità e la predisposizione genetica.
Diversi studi hanno dimostrato che un uso eccessivo di estrogeni aumentano il rischio di sviluppare la neoplasia.
Ulteriori fattori di rischio sono rappresentati da sovrappeso e obesità, stile di vita sedentario, fumo, abuso di alcol, dieta povera di frutta e verdura.

Sebbene l’autoesame del seno NON possa essere considerato un vero strumento di diagnosi precoce, e’ importante che ogni donna impari ad effettuare in maniera corretta e regolare l’autopalpazione, per imparare a conoscere il proprio seno e notare cambiamenti da segnalare al proprio medico. L’obbiettivo principale è arrivare alla diagnosi di un tumore al seno prima che esso dia sintomi.
Il primo segno a cui prestare attenzione è l’aumento di consistenza alla palpazione dovuto alla presenza di noduli.
Altri possibili segni di malattia sono delle piccole rientranze della cute facilmente visualizzabili ponendosi a braccia alzate di fronte ad uno specchio.
Non solo, anche l’osservazione dei capezzoli è molto importante: secrezioni sierose o ematiche e lesioni eczematose possono essere un segnale di malattia. Infine, altro sintomo da non trascurare, è l’ingrossamento dei linfonodi sotto l’ascella.

COME SI FA?
Davanti allo specchio, in un ambiente ben illuminato, osservare le mammelle tenendo le braccia distese lungo i fianchi; poi appoggiarle sul bacino e spingere forte in modo da contrarre i muscoli del petto. Scrutare adesso le eventuali imperfezioni naturali del seno: infatti, solo raramente le due mammelle sono del tutto identiche. Attenzione a un mutamento nel disegno dei seni: un’alterazione del contorno, come un gonfiore, una retrazione cutanea o un’anomala morfologia dei capezzoli.
Ripetere la stessa perlustrazione con le braccia ben alzate, mettendo in evidenza la zona ascellare, e successivamente anche di profilo, per controllare la linea delle mammelle ed evidenziare irregolarità o vere e proprie sporgenze.
A questo punto, piegare il braccio destro dietro la nuca e cominciare a palpare delicatamente la mammella a destra con la mano sinistra e le dita tese, a caccia di eventuali masse anomale, indurimenti o ispessimenti. L’operazione va quindi ripetuta sul seno sinistro.

UNO STILE DI VITA SANO E’, COME SEMPRE, FONDAMENTALE
Tutti gli studi confermano l’importanza di seguire un’alimentazione sana e corretta. E soprattutto di tenere sotto controllo la bilancia: la correlazione tra obesità e incidenza del cancro del seno è infatti dimostrata, soprattutto dopo la fine dell’età fertile.
Diverse ricerche hanno rivelato che questo tipo di neoplasia è maggiormente diffuso presso le popolazioni che seguono una dieta ricca di grassi, mentre gli alimenti tipici della dieta mediterranea (olio d’oliva, pesce azzurro, frutta, verdura, cereali) hanno un’efficacia preventiva.
L’attività fisica può ostacolare la formazione del tumore. Le donne che svolgono regolarmente sport presentano una riduzione del rischio di ammalarsi di circa il 15-20%. Questi effetti sono più evidenti in post-menopausa.
L’allattamento al seno esercita inoltre un ulteriore effetto protettivo, perché consente alla cellula mammaria di maturare e completarsi e la rende quindi più resistente.

PREVENZIONE
La prevenzione più efficace è la mammografia, che deve essere effettuata ogni due anni.
Lo scopo dello screening, ovvero degli esami periodici su donne senza segni di malattia, è intercettare un eventuale tumore quando è ancora in fase precoce e può quindi essere curato con efficacia e con terapie poco invasive.
La diffusione su larga scala in Italia dei programmi di screening mammografico, dalla seconda metà degli anni ’90, ha contribuito a determinare una riduzione della mortalità, con una diminuzione degli interventi di mastectomia.

Elena Agostini
Osteopata

Alimentazione adolescenziale

L’attenzione verso gli adolescenti è nel mirino di Timeout in questo
momento, lo testimoniano Yada in primis, oltre a diversi progetti importanti in partenza.

Come non parlare di alimentazione adolescenziale?
Quando penso a ragazzi di età compresa tra 12-13 fino ai 18-20 anni e a come io ho vissuto quegli anni … la prima parola che mi viene in mente è
NUOVO
E’ un età molto delicata, sotto molti punti di vista, uno di questi è appunto l’alimentazione.

In condizioni di normalità e buona salute nell’età scolare e nell’adolescenza ogni prescrizione dietetica dovrebbe perdere di significato; infatti numerosi studi hanno dimostrato che ogni bambino, avviandosi a diventare adulto, se lasciato ad un regime di dieta libera sia riguardo alla qualità del cibo sia riguardo al numero delle razioni alimentari, mangerà, in modo più o meno vario, tutto ciò che gli serve per vivere e crescere in modo regolare.

Tuttavia, pur tenendo conto della straordinaria adattabilità dell’organismo umano sano è importante, in questa fase della vita, NON tanto IMPORRE una dieta quanto introdurre al più presto abitudini alimentari corrette, ovvero, far sì che “il nutrirsi” continui ad essere un fatto naturale e gradevole e non si trasformi, per esempio, in una forma di ricatto. Non sono rari, infatti, i bambini che esprimono una situazione di disagio psicologico o affettivo rifiutando il cibo o consumandone troppo.

L’età scolare e l’adolescenza sono fasi in cui l’organismo rapidamente si trasforma e la velocità d’accrescimento staturale può raggiungere, in certi periodi, anche i 10 centimetri l’anno comportando, oltre all’allungamento delle ossa, un aumento di volume della massa muscolare, del tessuto adiposo e di tutti gli organi; tutto ciò non potrebbe accadere se, attraverso l’alimentazione, non fosse fornito al corpo il materiale necessario a costruirsi.

L’adolescenza è caratterizzata in sé da una incontrollata esplosione di cambiamenti fisici, sociali, psicologici e sessuali la cui accettazione può necessitare di un periodo di assestamento. Il corpo viene percepito come pericoloso e fuori dal proprio controllo. In questa fase delicata e complessa la nutrizione riveste un ruolo fondamentale: proprio in tale età infatti si mettono le basi per una corretta alimentazione.

Una corretta alimentazione, poi, permetterà di completare in modo adeguato lo sviluppo psicofisico e contribuirà alla prevenzione di alcune malattie quali:
– Osteoporosi (conseguenza di una scarsa mineralizzazione ossea in epoca adolescenziale);
– Comparsa e/o persistenza di obesità (e relative complicanze);
– Disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia) che durante l’adolescenza manifestano il loro picco di incidenza.

Il fabbisogno energetico previsto dai LARN (Livelli di Assunzione
Raccomandata dei Nutrienti) corrisponde a:
– 1.900-2.000 kcal al giorno dai 7 ai 9 anni
– 2.000-2.250 kcal dai 10 ai 12 anni
– 2.250-2.500 kcal oltre i 13 anni

Tali stime, dal significato ovviamente orientativo, sono state calcolate prevedendo un discreto livello d’attività fisica e devono quindi essere ridotte del 15% se i ragazzi conducono vita sedentaria.

Molto importante è adottare una dieta varia, nella quale siano giornalmente presenti alimenti appartenenti ai quattro gruppi fondamentali: latte e derivati, carne, cereali, verdura e frutta moderando il consumo di cibi a elevata densità calorica quali prodotti da forno, bevande zuccherate, prodotti già pronti…

Cosa è importante inserire nell’alimentazione di un adolescente?

– privilegiare l’impiego di alimenti ricchi di calcio (i fabbisogni richiesti sono 1300 mg/die nei maschi tra 11-17 anni e nelle femmine tra 11-14 anni) e di fosforo (fabbisogno: 1295 mg/die per maschi e femmine tra 11 e 17 anni) per sostenere il rapido accumulo di massa scheletrica (quasi il 50% nell’adolescenza): spigola, orata, grana, cacao in polvere, fagioli, farina di soia, uova, mandorle, pistacchi,
lenticchie … (ricchi in fosforo); formaggi stagionati e freschi, latte e yogurt, rucola, fichi secchi, sardine, sgombri, salmone, agretti… (alimenti ricchi in calcio)

– si deve inoltre ricordare la necessità di garantire un buon apporto di ferro soprattutto nelle femmine in cui le perdite mestruali determinano mensilmente la perdita di una considerevole quota (10-18 mg) di questo importantissimo microelemento: fegato e frattaglie, tuorlo d’uovo, funghi secchi, legumi, cereali integrali, verdure a foglia verde (crescione in particolare)… fondamentale è favorirne l’assorbimento con i giusti alimenti perché solo una parte di ferro,
introdotto nell’organismo con il cibo, viene assimilato.

L’abitudine a consumare fuori pasto merendine, patate fritte e gelati, a frequentare i fast food in cui il menù è sempre troppo ricco di grassi e di proteine, porta spesso gli adolescenti (in particolare i più sedentari) a una condizione di sovrappeso talvolta preoccupante. L’adolescenza infatti è, dopo il primo anno di vita, l’età in cui è più probabile l’insorgenza di disturbi su base alimentare.

L’obesità è il disturbo più frequente riscontrato tra gli adolescenti: il 20-30% sono obesi soprattutto nel sud Italia: dato da non sottovalutare perché un adolescente obeso sarà quasi certamente un adulto obeso. I bambini di oggi CONSUMANO approssimativamente circa 600 kcal al giorno in meno dei loro coetanei di 50 anni fa. Recenti linee guida suggeriscono che i bambini dovrebbero praticare 60 minuti di moderata/intensa attività fisica ogni giorno, integrata da attività regolari che migliorino la forza e la flessibilità.

Per concludere, l’educazione alimentare mai come in fase adolescenziale è considerata importante: in questo senso il genitore svolge un ruolo cruciale, per cui è bene sempre dare l’esempio più che imporre, mostrando a tavola quello che è bene mangiare o meno…

Non esiste una dieta per adolescenti, ma esistono delle buone pratiche alimentari da insegnare:

– non mangiare davanti alla tv: mangiare davanti allo schermo fa
perdere il controllo del cibo e il senso di pienezza
– attenzione alla bevande gassate
– non saltare la colazione del mattino: i ragazzi che saltano la colazione,
rischiano di ingrassare 4 volte di più di quelli che non la fanno
– variare le proteine: non esagerare con la carne, ma inserire anche
pesce, soprattutto pesce azzurro, uova e legumi

Enrica
Biologa

Giovanissimi Vecchi Obesi

Il tema è delicato, ma non intendo andarci in alcun modo leggero.
La maggior parte di questa piaga deriva da un’altra piaga: il Genitore ignorante, quando è peggio opportunista e quando va proprio male male stupido.

“I figli sono il risultato di ciò che i genitori sono, di ciò che gli danno… ma soprattutto sono ciò che i genitori non gli danno… mi guardo intorno e non vedo altro che figli pieni di non attenzioni, di non cure, di non amore, di non educazione, di non condivisione… bambini pieni di vuoti da riempire con cibo, tecnologie, vizi, regali su regali ed INVECE CI VORREBBERO SOLO PIÙ GENITORI PRESENTI” cit.

👉🏾 REDAZIONE ANSA:
▶️ I bambini italiani sono tra i più grassi d’Europa, che è molto appesantita soprattutto nella sua parte meridionale: l’Italia ha il maggior tasso di obesità infantile tra i maschi (21% pari merito con Cipro) mentre il 42% dei maschi è obeso o in sovrappeso (solo Cipro fa peggio con il 43%). Le bambine italiane hanno inoltre uno dei tassi più alti di obesità e sovrappeso, il 38%.
Sono gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance initiative (2015-17) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
E in questi ultimi anni siamo solo peggiorati.

▶️ Lo studio ha coinvolto circa 250 mila bambini di 6-10 anni; Francia, Norvegia, Irlanda, Danimarca, Lituania sono tra i paesi dai bambini più in linea con tassi di obesità infantile che vanno dal 5 al 9%.◀️
▶️ Il fatto estremamente allarmante è che molte madri non riconoscono che i propri figli sono in sovrappeso o obesi”.◀️

A dispetto della dieta, in Paesi Mediterranei bimbi più obesi

“Il cibo che mangi può essere o la più sana e potente forma di medicina o la più lenta forma di veleno”

Come aggravante c’è la totale e comunque troppo elevata inattività, una sedentarietà che, unita al malato modo di alimentare questi piccoli, non farà altro che proiettarli in un futuro di disagi sociali e di vere e proprie lotte contro se stessi, per non parlare della tremenda eredità di future patologie verso cui li state accompagnando.

  • IL MOVIMENTO RENDE GIOVANI, LA MANCANZA DI ESSO RENDE VECCHI ANCHE I GIOVANI

Riflettete e iniziate a cambiare piccoli dettagli ogni giorno.

Simone Ravalli
Personal Trainer – LifeStyle Coach

La fatica immobile

Al concetto di fatica fisica associamo normalmente attività dinamiche quali corsa, salti, scatti, esercizi come piegamenti, trazioni, transizione di grossi carichi, in poche parole
FaTica= movimento!
Difficilmente associamo la fatica allo stare fermi.
L’immobilità è uno stato che mentalmente ci conduce alla pausa al relax, al riposo.
Contrariamente a quanto si pensa invece possiamo fare fatica ed allenarci anche senza muoverCi.
Certo non stando sdraiato a letto o spaparanzaTi sul divano.
Fermi sì ma ATTIVAMENTE!
I nostri muscoli lavorano quando si accorciano: fase Concentrica, quando si allungano: fase Eccentrica e anche stando “Fermi”: fase isometrica ISO (stessa) METRIA (distanza). Gli esercizi in isometria favoriscono la contrazione muscolare, senza movimento, allo scopo di potenziare il muscolo, acquistando forza e resistenza, inoltre, questi esercizi riossigenano i tessuti e favoriscono la circolazione sanguigna.
Si possono allenare in isometria quasi tutti i muscoli del corpo come glutei, braccia, gambe e soprattutto addominali, muscoli importantissimi anche per sostenere la schiena e avere una buona postura. Questi particolari esercizi, allenano bene il “core”, perché sollecitano la fascia addominale più profonda.
Tra questi ultimi il più famoso è sicuramente il PLANK.
Difficile dimenticare il primo minuto in plank e scordare lo stupore per la fatica fatta nel “non fare nulla”
La contrazione isometrica è una variante per proporre ai muscoli un nuovo tipo di sforzo.
Gli esercizi isometrici vengono eseguiti in una posizione statica. Diversi angoli di lavoro e vari esercizi in tutte le posizioni dell’arco articolare permetteranno di migliorare la forza in tutti i muscoli attorno all’articolazione.
Gli esercizi isometrici sono una importante parte della riabilitazione, per il recupero della forza e il miglioramento della stabilità articolare .

*L’Isometria è un tipo di contrazione statica che crea tensione senza accorciamento (concentrico) o allungamento (eccentrico).
Quando un muscolo si contrae isometricamente, i suoi sarcomeri si accorciano anche se l’intero muscolo non lo fa.
Questo è possibile perché i sarcomeri non si estendono per l’ intera lunghezza della fibra muscolare e quindi non trasmettono la forza direttamente ai capi muscolari, la forza viene trasmessa attraverso le componenti cellulari che connettono le miofibrille ai capi delle cellule e inoltre attraverso il tessuto connettivo che collega tra loro le porzioni terminali e si prolunga a formare i tendini. Queste parti del muscolo (o della cellula muscolare) che non generano attivamente forza, ma che servono solo a trasmettere passivamente la forza ai capi del muscolo, vengono dette componente elastica del muscolo (CE).
Quando un muscolo si contrae isometricamente, la componente contrattile (CC) si accorcia e stira la CE, provocando tensione ai capi del muscolo. Così facendo, la CE si allunga mentre la CC si accorcia, con una variazione globale pari a zero.

Renny
Personal Training

Sarcopenia

La Sarcopenia è il progressivo declino della massa e della forza muscolare dovuto all’invecchiamento del corpo umano, questa condizione è dovuta alla riduzione dell’anabolismo e all’aumento del catabolismo (entrambi costituiscono le fasi dei processi metabolici) e può essere rilevabile dopo i 45 anni (Rosenberg – 1988).

Il muscolo è un trasformatore di energia che dopo i 40-50 anni diminuisce quantitativamente e qualitativamente, studi indicano che dalla seconda all’ottava decade di vita la massa magra totale si riduce di circa il 18% negli uomini e del 27% nelle donne, inoltre sia per gli uomini che per le donne, la riduzione della massa magra totale è maggiore negli arti inferiori (circa il 15%) rispetto gli arti superiori (circa il 10%). Le ragioni sono ancora poco chiare, tuttavia, dato che l’attività fisica si riduce con l’avanzare dell’età, la maggior perdita di massa muscolare negli arti inferiori può essere dovuta ad un effetto di detraining, oppure può derivare da una maggior perdita di unità motorie nelle gambe piuttosto che nelle braccia.

Il declino della massa muscolare è dovuto ad una diminuzione delle dimensioni delle cellule muscolari (ATROFIA) e ad una diminuzione del numero di cellule muscolari (IPOPLASIA).  SI ha un’atrofia ed ipoplasia di tutte le fibre muscolari, ma in particolare di quelle che esprimono “FORZA”. Si ha la certezza che con l’invecchiamento ci sia maggior atrofia delle fibre di tipo 2, rispetto alle fibre di tipo 1. Studi hanno dimostrato che il numero di unità motorie rimane costante fino ai 60 anni, successivamente si riducono del 50% circa. L’idea attuale è che con l’invecchiamento si ha una perdita di entrambi i tipi di fibre ma con un diverso andamento nel tempo: la maggior perdita di fibre di tipo 2 si verificano fino ai 70 anni, dagli 80 anni si perdono anche le fibre di tipo 1.

Queste alterazioni muscolari generano ulteriori problemi come instabilità posturale, trofismo osseo, stanchezza e debolezza, perdita di autonomia funzionale/indipendenza, aumento delle morbilità.

L’atrofia muscolare è accompagnata inoltre da infiltrazioni di grasso e tessuto connettivo (miosteatosi), che portano ad un aumento del grasso viscerale e intramuscolare, questo accumulo è inversamente correlato al livello di attività fisica, dove raddoppiando il livello di attività fisica, dimezza la quantità di grasso intramuscolare e tessuto connettivo. La miosteatosi è più preoccupante negli anziani dove la sarcopenia è combinata con l’obesità, in tal caso si parlerà di obesità sarcopenica.
L’infiltarazione di grasso nel muscolo rappresenta non solo un peso per la locomozione ma anche una infiltrazione macrofagica mediata dal rilascio di citochine pro-infiammatorie (IL-6, IL-1, TNF-alfa) e relativo aumento dell’infiammazione. Una volta che l’infezione diventa cronica, può portare ad un meccanismo di insulino-resistenza, creando un circolo vizioso che avrà come risultato una maggiore perdita di massa muscolare e della mobilità articolare, inoltre si andrà a favorire l’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete, infarti, ictus.

L’eziologia della sarcopenia è piuttosto complessa in quanto coinvolge: alterazioni del sistema nervoso centrale (SNC) e periferico (SNP), alterazioni ormonali, nutrizionali, fisiche e immunologiche, tra questi i processi neuropatici sono le cause più importanti, in quanto sono responsabili di una degenerazione del motoneurone e denervazione delle fibre muscolari con conseguente perdita di unità motoria.

Il muscolo subisce un ciclo continuo di denervazione e reinnervazione, ma in età avanzata il processo di reinnervazione non riesce a equilibrare quello di denervazione, generando uno scompenso che contribuisce alla perdita di unità motorie; studi trasversali suggeriscono che il motoneurone e/o il numero di unità motorie siano ben mantenute fino al settimo decennio di vita per poi declinare in un veloce decadimento, inoltre ci sono altre alterazioni a livello del sistema nervoso che contribuiscono l’insorgenza della sarcopenia.

In conclusione la sarcopenia è una sindrome caratterizzata da una progressiva perdita di massa muscolo scheletrica e della forza che porta ad una disabilità fisica e ridotta qualità della vita. E’ importante sottolineare che la perdita di forza non è lineare alla perdita di massa muscolare.

La perdita di massa muscolare legata all’età è un fattore indipendente e predittore di mortalità: avere pochi muscoli riduce le aspettative di vita e aumenta il rischio di morte per tutte le cause.

I muscoli svolgono un ruolo importante nel benessere generale in tutte le fasi della vita, ma soprattutto in età avanzata risultano fondamentali per la salute e per la qualità della vita.

La sarcopenia è un processo fisiologico che non possiamo fermare ma possiamo ritardare i suoi effetti attraverso un corretto stile di vita caratterizzato da buone abitudini alimentari e sane abitudini al movimento.

Antonio
Personal Trainer