Sarcopenia

La Sarcopenia è il progressivo declino della massa e della forza muscolare dovuto all’invecchiamento del corpo umano, questa condizione è dovuta alla riduzione dell’anabolismo e all’aumento del catabolismo (entrambi costituiscono le fasi dei processi metabolici) e può essere rilevabile dopo i 45 anni (Rosenberg – 1988).

Il muscolo è un trasformatore di energia che dopo i 40-50 anni diminuisce quantitativamente e qualitativamente, studi indicano che dalla seconda all’ottava decade di vita la massa magra totale si riduce di circa il 18% negli uomini e del 27% nelle donne, inoltre sia per gli uomini che per le donne, la riduzione della massa magra totale è maggiore negli arti inferiori (circa il 15%) rispetto gli arti superiori (circa il 10%). Le ragioni sono ancora poco chiare, tuttavia, dato che l’attività fisica si riduce con l’avanzare dell’età, la maggior perdita di massa muscolare negli arti inferiori può essere dovuta ad un effetto di detraining, oppure può derivare da una maggior perdita di unità motorie nelle gambe piuttosto che nelle braccia.

Il declino della massa muscolare è dovuto ad una diminuzione delle dimensioni delle cellule muscolari (ATROFIA) e ad una diminuzione del numero di cellule muscolari (IPOPLASIA).  SI ha un’atrofia ed ipoplasia di tutte le fibre muscolari, ma in particolare di quelle che esprimono “FORZA”. Si ha la certezza che con l’invecchiamento ci sia maggior atrofia delle fibre di tipo 2, rispetto alle fibre di tipo 1. Studi hanno dimostrato che il numero di unità motorie rimane costante fino ai 60 anni, successivamente si riducono del 50% circa. L’idea attuale è che con l’invecchiamento si ha una perdita di entrambi i tipi di fibre ma con un diverso andamento nel tempo: la maggior perdita di fibre di tipo 2 si verificano fino ai 70 anni, dagli 80 anni si perdono anche le fibre di tipo 1.

Queste alterazioni muscolari generano ulteriori problemi come instabilità posturale, trofismo osseo, stanchezza e debolezza, perdita di autonomia funzionale/indipendenza, aumento delle morbilità.

L’atrofia muscolare è accompagnata inoltre da infiltrazioni di grasso e tessuto connettivo (miosteatosi), che portano ad un aumento del grasso viscerale e intramuscolare, questo accumulo è inversamente correlato al livello di attività fisica, dove raddoppiando il livello di attività fisica, dimezza la quantità di grasso intramuscolare e tessuto connettivo. La miosteatosi è più preoccupante negli anziani dove la sarcopenia è combinata con l’obesità, in tal caso si parlerà di obesità sarcopenica.
L’infiltarazione di grasso nel muscolo rappresenta non solo un peso per la locomozione ma anche una infiltrazione macrofagica mediata dal rilascio di citochine pro-infiammatorie (IL-6, IL-1, TNF-alfa) e relativo aumento dell’infiammazione. Una volta che l’infezione diventa cronica, può portare ad un meccanismo di insulino-resistenza, creando un circolo vizioso che avrà come risultato una maggiore perdita di massa muscolare e della mobilità articolare, inoltre si andrà a favorire l’insorgenza di malattie cardiovascolari, diabete, infarti, ictus.

L’eziologia della sarcopenia è piuttosto complessa in quanto coinvolge: alterazioni del sistema nervoso centrale (SNC) e periferico (SNP), alterazioni ormonali, nutrizionali, fisiche e immunologiche, tra questi i processi neuropatici sono le cause più importanti, in quanto sono responsabili di una degenerazione del motoneurone e denervazione delle fibre muscolari con conseguente perdita di unità motoria.

Il muscolo subisce un ciclo continuo di denervazione e reinnervazione, ma in età avanzata il processo di reinnervazione non riesce a equilibrare quello di denervazione, generando uno scompenso che contribuisce alla perdita di unità motorie; studi trasversali suggeriscono che il motoneurone e/o il numero di unità motorie siano ben mantenute fino al settimo decennio di vita per poi declinare in un veloce decadimento, inoltre ci sono altre alterazioni a livello del sistema nervoso che contribuiscono l’insorgenza della sarcopenia.

In conclusione la sarcopenia è una sindrome caratterizzata da una progressiva perdita di massa muscolo scheletrica e della forza che porta ad una disabilità fisica e ridotta qualità della vita. E’ importante sottolineare che la perdita di forza non è lineare alla perdita di massa muscolare.

La perdita di massa muscolare legata all’età è un fattore indipendente e predittore di mortalità: avere pochi muscoli riduce le aspettative di vita e aumenta il rischio di morte per tutte le cause.

I muscoli svolgono un ruolo importante nel benessere generale in tutte le fasi della vita, ma soprattutto in età avanzata risultano fondamentali per la salute e per la qualità della vita.

La sarcopenia è un processo fisiologico che non possiamo fermare ma possiamo ritardare i suoi effetti attraverso un corretto stile di vita caratterizzato da buone abitudini alimentari e sane abitudini al movimento.

Antonio
Personal Trainer

Bruxismo

Il bruxismo consiste nel digrignamento dei denti facendoli stridere ed è dovuto alla contrazione della muscolatura masticatoria, soprattutto durante il sonno. Generalmente viene considerato come una parafunzione, ovvero un movimento non finalizzato ad alcuno scopo.
Il bruxismo colpisce tutti (donne, uomini e bambini) e si può sviluppare a qualunque età.

Il digrignamento perdura per 5-10 secondi e, durante la notte, questo evento può ripetersi varie volte. Tipicamente l’episodio compare nella fase II del sonno (il che può anche essere evidenziato da artefatti che compaiono sul tracciato elettroencefalografico), da non confondere con il trisma, che è caratterizzato solo da un serraggio della bocca, senza movimento traslatorio.

Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso presso la popolazione (5-20%) e generalmente non viene avvertito dalla persona interessata. Il rumore causato dallo sfregamento dei denti, invece, può disturbare il sonno del partner di letto e talvolta può essere talmente forte da svegliare colui che bruxa.

Alcuni studi dimostrerebbero come circa l’80% dei soggetti affetti da disturbi del sonno REM sviluppino, in seguito, malattie degenerative come il Parkinson.

Il bruxismo è una problematica che si può sviluppare in qualunque fase della vita. Colui che bruxa se ne accorge perché si sveglia la mattina con indolenzimento o dolore alla mandibola o con la sensazione di avere i denti che dondolano. Nei casi che perdurano nel tempo ci si sveglia la mattina con anche dolore cervicale, si può anche sviluppare la sindrome di Costen e quindi dolore all’orecchio (dove è localizzata, anatomicamente, l’articolazione temporo-mandibolare).

Il digrignamento, però, può creare dei danni a causa dell’usura della superficie masticatoria dei denti sia dell’arcata superiore sia di quella inferiore e questa condizione, il più delle volte, viene notata dal dentista. Con il tempo il bruxismo può produrre alterazioni importanti dei denti che perdono dimensione verticale e, più in generale, lo strato di smalto e questo può facilitare l’insorgenza di carie. Talvolta lo smalto può essere talmente abraso da esporre la dentina, il che può velocizzare la successiva erosione. A lungo termine si possono verificare fratture o perdite dentali. Si può anche avere difficoltà ad aprire la bocca completamente e può aumentare la sensibilità dei denti al caldo o al freddo. È, infine, da notare che il dolore dell’articolazione temporo-mandibolare, o il classico “torcicollo perché ho dormito male”, se continuativa, può produrre comparsa di cefalea e arrivare alla disfunzione articolare vera e propria come l’artrosi.
Inoltre sia chi bruxa che chi stringe ha un alterazione del sonno, con la risultante che non importa quante ore dormiate, non saranno mai abbastanza e vi sveglierete sempre stanchi.

Vi basti pensare che un uomo medio, durante la masticazione, sviluppa una pressione tra i 45 e i 68 kg. Immaginate di farlo per 10 volte a notte per svariati anni. Il risultato non saranno solamente i denti danneggiati, ma anche tutta l’articolazione temporo-mandibolare e cervicale.

Il risultato sul lungo termine e’ l’artrosi cervica e temporo-mandibolare.

PERCHE BRUXO?

Ci sono tante teorie, molti vi diranno che è lo stress, altri che è dovuto a un precontatto o che sono succhi gastrici che creano una risalita gassosa nel cavo orale e inducono questo movimento involontario, oppure che non riuscite ad esprimervi a dovere, ma gli ultimi studi mostrano che il problema sta nella respirazione.

La stragrande maggioranza delle persone che bruxa o serra ha una respirazione orale notturna, ovvero durante la notte respira a bocca aperta.

Questo può accadere nei bambini in seguito a forte raffreddore, sinusite, allergia, perché tengono ancora il dito in bocca o il ciuccio, quindi si va a perdere il riflesso di continenza labiale, ovvero il riflesso che ci permette di mantenere le labbra chiuse anche di notte quando il controllo nervoso è ai suoi livelli minimi.

Il bruxismo negli ultimi anni è stato oggetto di studio di molti odontoiatri.
Finalmente si può dire che non esistono solo i bite, i quali evitano solamente l’usura del denti ma non quella delle articolazioni del collo e dell’atm.
Risolvere il problema del bruxismo in maniera definitiva e’ un percorso lungo e lento, che richiede molta costanza da parte del paziente. Ma come? La cura avviene con degli esercizi forniti dall’osteopata o dall’odontoiatra, volti a ripristinare il riflesso di continenza labiale, ovvero la capacità di mantenere le labbra serrate anche quando il controllo nervoso volontario è silente.

Il sonno è molto importante nella nostra quotidianità, non solo ci permette di ricaricarci dalle fatiche della giornata trascorsa, ma permette di abbassare i nostri livelli di cortisolo e quindi i nostri livelli infiammatori, per vivere una vita più lunga e più sana. Quindi se vi accorgete che durante il giorno tenete la bocca aperta e respirate con la bocca, o se vi svegliate la mattina con i muscoli masticatori indolenziti, andate a chiedere al vostro odontoiatra o al vostro osteopata se bruxate.  Il bruxismo ha conseguenze immediate sui denti, meglio curarlo subito!

Elena osteopata
Timeout training

Donna e sport

– alimentazione al femminile –

Un articolo tutto al femminile: Settembre è alle porte e, insieme a gennaio, sono i mesi in assoluto dei ‘buoni propositi’: a Settembre mi iscrivo in palestra, inizio la dieta, cambio armadio, cambio fidanzato…

Con questo breve articolo tratterò dell’alimentazione per la donna che fa sport e che, nello specifico, mira ad ottenere certi risultati dalla sua perfomance, ovvero mi rivolgo alla donna normopeso che si iscrive in palestra per migliorare e ottenere una specifica RICOMPOSIZIONE CORPOREA

Cosa si intende per ricomposizione corporea?

Ricomposizione significa ‘formare qualcosa di nuovo o in un modo diverso’, da qui l’applicazione non solo su atleti, ma anche su persone che intendono dimagrire, che significa appunto perdere massa grassa a favore di quella muscolare, che pesa di più, ma occupa meno spazio; pertanto questo comporta una diminuzione in centimetri a livello fisico, con peso sulla bilancia pressocchè identico.

Quante donne, tra voi che state leggendo, per anni si è iscritta in palestra, o peggio, continua a frequentare il corso in palestra, senza ottenere alcun risultato?
Le cause possibili sono due:

  • l’allenamento non è corretto
  • l’alimentazione non è adeguata ed è su questo punto che cercherò di chiarivi le idee

Prima di ogni cosa è importante ribadire un concetto: adeguare sempre gli obiettivi estetici alle reali possibilità!

COSA NON FARE
Diete ipocolariche: se volete avere un bel fisico e tonificare i vostri muscoli, facendo anche 3-4 allenamenti a settimana, bisogna mangiare! Rimanere tra le 1200-1500 kcal significa stressare il fisico, che reagirà con stanchezza, fatica a recuperare, perdita del ciclo mestruale e sarete iperallenate, con conseguente gonfiore. Quando si fa sport in modo “serio” (non intendo cioè la camminata a passo sostenuto, con annesso qualche addominale) la dieta deve essere normocalorica, bisogna lavorare sull’aumento della forza metabolica (ossia, la capacità di bruciare grassi) e non sull’affamare il vostro corpo
– Aumentare le calorie senza attenzione ai macronutrienti
Inserire alimenti sbagliati nei giorni di allenamento

COSA FARE
Partendo dal presupposto che esistono fisici “a mela” (androidi) e fisici “a pera” (ginoidi) che richiedono accortezze nutrizionali differenti, diciamo che:

  • le proteine devono sempre essere costanti, sia quando ci si allena sia quando non ci si allena. Il fabbisogno è di circa 1-1,5 g di proteine pro chilo, in relazione al volume di attività fisica e all’obiettivo individuale. Le donne ginoidi, con fisico a pera, non devono abusare delle proteine, da qualsiasi fonte provengano: la loro conformazione fisica è caratterizzata da una cattiva circolazione linfatica e circolatoria, che viene peggiorata dalle scorie azotate che il metabolismo proteico determina;
  • i carboidrati vanno aumentati nei giorni “on” e diminuiti in quelli “off”: quando ci si allena si possono aumentare le fonti di carboidrati, tenendo conto che se si vuole sgarrare sul dolce è bene farlo dopo l’attività fisica, sfruttando la cosiddetta “finestra anabolica” (ossia le 2 ore dopo lo sport, entro le quali i carboidrati assunti vanno a nutrire direttamente il muscolo)
  • i grassi devono essere mantenuti più o meno costanti, ed è bene ricordare che nei giorni in cui si aumentano i carboidrati (giorni di allenamento) non vanno aumentati anche i grassi. ATTENZIONE ALL’ATTIVITA’ DELLA TIROIDE (organo responsabile del metabolismo): le donne “a pera” hanno tendenzialmente una tiroide rallentata e non possono permettersi di introdurre troppo pochi carboidrati per un periodo di tempo eccessivo; inizialmente si asciugheranno, ma poi causeranno un rallentamento metabolico con successivo gonfiore.

Pasto libero: SI o NO?

Tenendo presente che stiamo parlando di donne amanti dello sport e non atlete vere e proprie (mi riferiscono ad esempio alle body builder per cui esistono alcuni periodi restrittivi) assolutamente SI.
Il pasto libero, come dico sempre, è doveroso: aiuta la mente e il corpo a ricaricarsi.
In generale è consigliabile inserire il “cheat meal” (pasto libero o sgarro) all’interno di un giorno di allenamento intenso ed è sempre consigliabile che sia a base di carboidrati

Il timing dei nutrienti è piuttosto soggettivo: ci sono donne che rispondono bene a tre pasti al giorno, altre che necessitano obbligatoriamente di spuntini; in generale, per le donne il digiuno intermittente (16 ore di digiuno + 8 ore di alimentazione) e la warrior diet (un solo pasto al giorno) sono controproducenti, benché su alcune possano funzionare bene: assolutamente da evitare qualora ci fossero disturbi tiroidei

Integrazione: SI o NO?

Non sono un’amante dell’integrazione, ma quando si fa sport a livelli molto alti – agonistici o amatoriali che siano – si deve mettere in conto, per così dire, di risentirne un po’: frequenti sono le irregolarità mestruali, ipereccitabilità e un minimo di gonfiore. Inoltre la donna è più soggetta dell’uomo ad andare in iperallenamento, con la conseguente fatica adrenergica (e stanchezza cronica) che ne consegue.
Quindi se per integrazione parliamo delle famose proteine, direi assolutamente no, poiché ampiamente superato il concetto di integrazione proteica in palestra, a meno che si tratti di una persona vegana, indispensabili se si vuole raggiungere un certo obiettivo di tonicità; i BCAA aminoacidi ramificati, potrebbero essere utili in caso di recupero.
Utili gli omega3, se si soffre di cattiva circolazione e cellulite, per cui le sessione lattacide in palestra non sono proprio a favore; si possono poi valutare di caso in caso integratori vitaminici (ad es. vit.C o D), minerali (magnesio, potassio e ferro) o antiossidanti (glutatione, selenio, fitoestratti, ..)

Enrica
Biologa Nutrizionista

ZERO SCUSE … MOVE YOUR ASS!!!

Non ho energia, troppa fatica, ormai è troppo tardi, non ho tempo…
Queste sono le scuse più comuni che normalmente vengono accampate quando balena in testa l’idea di lasciare la propria zona di confort, la sedentarietà, per intraprendere una sfida come cominciare a fare sport.

Se nello specifico i vantaggi metabolici dell’attività fisica non sono ben noti, non si può certo pensare che la persona comune, il classico soggetto sovrappeso e sedentario, non abbia mai sentito parlare in termini positivi dell’attività fisica.

Una delle ragioni per le quali risulta difficile abbandonare la sedentarietà è che, se da una parte i lati positivi dell’attività fisica (perdita di peso, miglioramento del tono muscolare, aumento della resistenza, miglioramento dell’autostima) si verificano a lungo termine, i fattori di disagio o percepibili facilmente come negativi (sudorazione, fatica, indolenzimenti muscolari) sono immediati.
Inoltre, se parlando di sport si hanno come stereotipi gli atleti da copertina e si identifica la figura della persona che fa sport con la perfetta forma fisica, è chiaro che nella persona sedentaria, fuori forma e sovrappeso si innesca il meccanismo mentale: “per fare sport bisogna essere così, bisogna fare così, quindi Io non sono in grado, quindi non faccio sport”.

Partiamo innanzitutto dal fatto che “nessuno nasce imparato” anche i grandi campioni hanno iniziato da “schiappe”.
Sentirsi inadeguati rispetto a persone più allenate sarebbe come se un alunno di prima elementare fosse a disagio perché quelli della quinta sanno leggere meglio di lui.
Quindi non fatevi timori tutti si sono trovati dove siete voi: al punto di partenza. Non importa quanto siano meglio gli altri rispetto a voi, ma quanto sarete migliorati voi, tra un mese, un anno rispetto ad ora. Se volete migliorare il vostro stato psicofisico, ricordatevi che:

«non esiste età o condizione fisica per la quale non sia appropriato un determinato livello di esercizio fisico, non esiste età o condizione fisica nella quale l’esercizio fisico non abbia effetti positivi chiari e tangibili” ( cit. del dott. Corigliano dell’equipe medica sullo studio dell’attività fisica).

Renny
Personal Trainer

Sperone calcaneare

Nell’ultimo periodo, molti di voi si sono presentati da me lamentando dolore al piede nella parte posteriore. Con una lastra si e’ evidenziata la presenza di una spina calcaneare o sotto il piede o a livello del tendine d’Achille.

COS’E’ LA SPINA CALCANEARE?

La spina calcaneare è uno sperone osseo anomalo (osteofita), simile a una spina di rosa o a un artiglio, che si sviluppa nella parte posteriore o inferiore del calcagno.
Spesso associata a fascite plantare o a problematiche al tendine d’Achille, la spina calcaneare è la possibile conseguenza di:

  • lesioni a carico di un tendine o un muscolo del piede
  • stiramenti eccessivi della fascia plantare
  • strappi ripetuti del periostio del calcagno.

Il sintomo più caratteristico della spina calcaneare è il dolore al piede.
Per una diagnosi corretta, l’esame più importante è la radiografia del piede.

Esistono due tipologie principali di spina calcaneare: la spina calcaneare inferiore e la spina calcaneare posteriore. Come si può intuire dai nomi delle due tipologie, l’elemento che distingue le due condizioni è la localizzazione dell’osteofita sul calcagno.

  • Spina calcaneare inferiore: l’osteofita risiede sulla pianta del piede, al di sotto del calcagno, precisamente a livello del punto d’inserzione della fascia plantare.
    Nella maggior parte dei casi tale condizione è associata a fascite plantare.
  • Spina calcaneare posteriore: l’osteofita risiede nella parte posteriore del calcagno, a livello dell’inserzione del tendine d’Achille. Talvolta è visibile anche a occhio nudo. Molto spesso, tale condizione, è associata a un’infiammazione del tendine d’Achille.

FATTORI DI RISCHIO

Tra i fattori di rischio della spina calcaneare, rientrano:

  • Cause posturali (sono le più frequenti): accorciamento della catena muscolare posteriore, accorciamento dei muscoli plantari o dei muscoli del polpaccio;
  • Camminare con un’andatura anomala, la quale comporta un eccessivo stress per il calcagno, i legamenti situati in prossimità del calcagno e/o i nervi che decorrono vicino all’osso calcaneare;
  • Correre o fare jogging su superficie molto dure;
  • Indossare scarpe inadatte;
  • Essere in sovrappeso o soffrire di obesità.
  • Attività fisica inadeguata (es: eccesso di allenamento, riscaldamento inadeguato ecc);
  • Cause legamentose (accorciamento dell’aponeurosi e legamento longitudinale)
  • Cause meccaniche (calzature sbagliate o inadatte o concepite male): causa abbastanza frequente con calzature economiche, che non hanno un adeguato supporto e che non permettono una normale cinetica della deambulazione, ma che la viziano.

TERAPIA

Nel 90% dei casi la terapia conservativa permette la risoluzione del problema.
Solo in alcuni rari casi viene indicato l’intervento chirurgico.

  • Un periodo di riposo da tutte quelle attività che favoriscono la comparsa del dolore (es: corsa, lunghe camminate ecc);
  • Esercizi di stretching ( o allungamento muscolare) e potenziamento per tutti i muscoli della gamba che fanno riferimento al tendine d’Achille. Ciò è utile sia in caso di spina calcaneare associata a problematiche al tendine d’Achille o alla fascite plantare;
  • L’utilizzo di scarpe che non premono sulla spina calcaneare;
  • Terapia manuale mirata all’eliminazione del problema posturale che ha innescato la sintomatologia.

Indossare scarpe comode e di buona fattura, scegliere delle calzature di qualità per svolgere attività sportiva come la corsa o il jogging, fare sempre un opportuno riscaldamento prima di qualsiasi esercizio fisico, allenarsi con costanza senza voler strafare e inserire nelle scarpe eventuali supporti come solette o plantari (laddove, ovviamente, sia consigliato) sono le principali misure preventive, nei confronti della spina calcaneare.

Elena Agostini
Osteopata

DIETA CHETOGENICA

a chi è rivolta – benefici e controindicazioni

La dieta chetogenica è un regime dietetico nato quasi 100 anni fa, diffuso negli anni ’20 e ’30 come alternativa terapeutica al digiuno nell’epilessia infantile. Fu il Dr. Russell Wilder della Mayo Clinic che teorizzò nel 1924 le caratteristiche di questa dieta e pubblicò i primi dati scientifici relativi alla sua sperimentazione.
Negli anni ’40 il suo utilizzo nel trattamento dell’epilessia infantile cadde in disuso a causa dell’entrata in commercio dei nuovi farmaci antiepilettici. Furono in seguito gli studi del Prof. Blackburn dell’Università di Harvard, negli anni ’70, a dare l’avvio alla diffusione e all’applicazione in tutto il mondo del protocollo della dieta chetogenica per la cura dell’obesità.
Anche la dieta chetogenica rappresenta ormai una moda, ma a differenza di altre ha delle prove scientifiche a suo favore ….

In che cosa consiste

La dieta chetogenica è un regime alimentare che riduce in modo drastico i carboidrati, aumentando di contro le proteine e soprattutto i grassi. Lo scopo principale di questo sbilanciamento delle proporzioni dei macronutrienti nella dieta è costringere l’organismo a utilizzare i grassi come fonte di energia.
In presenza di carboidrati, infatti, tutte le cellule ne utilizzano l’energia per svolgere le loro attività. Ma se questi vengono ridotti a un livello sufficientemente basso esse cominciano a utilizzare i grassi, tutte tranne le cellule nervose che non hanno la capacità di farlo. Si avvia quindi un processo chiamato chetosi, perché porta alla formazione di molecole chiamate corpi chetonici (acetone, acido acetoacetico e acido β-idrossibutirrico), questa volta utilizzabili dal cervello. In genere la chetosi si raggiunge dopo un paio di giorni con una quantità giornaliera di carboidrati di circa 20-50 grammi, ma queste quantità possono variare su base individuale.
La CHETOSI è una condizione tossica per l’organismo, che provvede allo smaltimento dei corpi chetonici attraverso la via renale. Diversa è la condizione patologica dell’acidosi metabolica, per esempio nel caso di una complicazione del diabete di tipo 1 in cui si arriva all’accumulo dei corpi chetonici che danno all’alito il caratteristico odore di acetone. Nei bambini la chetosi si può manifestare in presenza di febbre alta o forte stress emotivo. Questo tipo di alimentazione ha un grande impatto sull’organismo, tanto che nasce in origine come dieta consigliata per ridurre le crisi epilettiche nei pazienti che non rispondevano ai farmaci, soprattutto nei bambini.

Tipologie di diete chetogeniche

  • SKD (dieta chetogenica standard) 75% di grassi, il 20% di proteine e solo il 5% di carboidrati (i pochi carboidrati sono forniti unicamente dalla verdura);
  • CKD (dieta chetogenica ciclica) 5 giorni chetogenici seguiti da 2 giorni a maggior assunzione di carboidrati;
  • TKD (dieta chetogenica intermittente) dieta chetogenica che consente di assumere carboidrati prima e dopo gli allenamenti;
  • dieta chetogenica ad alto contenuto proteico 60% di grassi, 35% di proteine e 5% di carboidrati, simile alla chetogenica standard ma con più proteine


A chi è rivolta –  benefici

1) la chetogenica ciclica e la chetogenica intermittente rappresentano metodi più avanzati e sono utilizzati principalmente dai culturisti o dagli atleti
2) la dieta chetogenica standard e la chetogenica ad alto contenuto di proteine sono le più studiate:

  • diverse evidenze scientifiche dimostrano l’efficacia delle diete chetogeniche nella perdita di peso, riduzione della massa grassa e preservazione della massa muscolare: in uno studio randomizzato del 2013 pubblicato su JCEM sono stati determinati gli effetti di una dieta a basso contenuto di carboidrati sulla composizione corporea e sui fattori di rischio cardiovascolare in 42 donne obese:ne è emerso che le donne che hanno seguito la dieta chetogenica hanno perso 2,2 volte più peso rispetto a quelle a regime ipocalorico e con una bassa percentuale di grassi (pari al 30%);
  • presentando anche un miglioramento dei livelli di trigliceridi e colesterolo HDL (quello buono)
  • benefici sulla sensibilità insulinica, con conseguente miglioramento di condizioni di diabete di tipo 2 e sindrome metabolica
  • dagli studi sui modelli animali è emerso che la dieta chetogenica può fornire enormi benefici per una vasta gamma di disturbi neurodegenerativi, tra cui il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson e può anche essere protettiva nelle lesioni traumatiche cerebrali e in caso di ictus. Queste osservazioni sono supportate dagli studi effettuati sui modelli animali che mostrano come i corpi chetonici, in particolare il β-idrossibutirrato, conferiscano la neuroprotezione contro diversi tipi di danno cellulare.
  • la dieta chetogenica è una terapia dietetica utilizzata nel trattamento dell’epilessia infantile e, grazie alla riduzione dei livelli di insulina che determina, può risultare anche un’ottima strategia in caso di ovaio policistico e acne.

Cosa mangiare

Con un apporto di carboidrati per un massimo di 50g al giorno:

  • Alimenti da preferire: carne (bianca e rossa) , pesce (in particolare salmone, trota, tonno, sgombro e pesce azzurro) , uova, burro (vaccino, ovino, di cocco, di arachidi, o altra frutta secca), yogurt intero, frutta a guscio e semi oleosi, formaggi , olio di oliva, olio di cocco, olio di semi spremuti a freddo, frutti grassi (avocado e cocco), spezie ed erbe aromatiche
  • Alimenti da evitare: dolci, dolcificanti, cereali, legumi, frutta, ortaggi a radice e tuberi (patate, patate dolci, carote, barbabietole), alcool

Controindicazioni
Il successo della dieta chetogenica è legato soprattutto alla sua efficacia nel ridurre il peso, ma è importante sottolineare che non si tratta di un regime semplice da seguire.
Basta infatti «sgarrare» anche di poco in termini di carboidrati per indurre l’organismo a bloccare la chetosi e a utilizzare di nuovo la sua fonte energetica preferita: gli zuccheri. Chi ha seguito questa dieta – che in genere viene proposta per periodi brevi, di poche settimane – dichiara di avere una grande energia una volta raggiunto lo stato di chetosi, ma i giorni che precedono questo evento sono caratterizzati a volte da nausea, stitichezza, stanchezza e difficoltà di concentrazione.
Inoltre, è bene sottolineare che, non ci sono prove sul lungo periodo, che i risultati ottenuti siano migliori e più duraturi di quelli raggiunti con una dieta bilanciata.
In conclusione, la dieta chetogenica risulta sicura se seguita sotto lo scrupoloso controllo dei professionisti della nutrizione (medici, nutrizionisti e dietisti), ove ritenuto opportuno.

Enrica Zaffini
Biologa Nutrizionista

ALLENATI FORTE-MENTE

La forza per andare ancora avanti è dentro di te, forse ancora non hai saputo trovarla ma c’è!
Le conoscenze in campo genetico ci spiegano che le doti innate e il talento sono le basi dei grandi atleti. Certe qualità fisiche risultano spesso determinanti per eccellere in determinate discipline. Tuttavia ci si deve rendere conto di come a questi aspetti si devono accompagnare anche abilità psicologiche. Gli atteggiamenti condizionano in modo decisivo il modo di allenarsi, di alimentarsi, di superare problemi, difficoltà, fatica e dolore. L’impegno batte il talento se il talento non si impegna.

Ma come fare a superare la fatica e i sacrifici che il raggiungimento del nostro obbiettivo comporta? Perché alcuni fanno meno fatica di altri?
Qual’è il loro segreto?
Gli STRESSOR sono stimoli che provocano una risposta di stress all’individuo. Questi possono essere stimoli di tipo fisiologico (un carico di allenamento), di tipo emozionale (uno stato prolungato di ansia ), di tipo termico (temperature molto elevate o basse), di tipo meccanico (urti ripetuti su di un’area del corpo) etc. La percezione del mondo esterno differisce da persona a persona, la psicologia cognitiva conferma come ciascuno di noi selezioni gli stimoli che riceve dall’esterno inserendo nel proprio cervello soltanto quelli che ritiene importanti. Tutto quello che appare alla coscienza è quindi ‘valutato’, passato attraverso un filtro che non è ‘oggettivo’ ma ‘cognitivo’ e quindi suscettibile di evoluzione e miglioramento. In sintesi, tutto ciò che supera il filtro cognitivo non ha nulla a che vedere con i fatti in sé: sono l’interpretazione che noi ne facciamo e le nostre credenze e aspettative intorno ad essi a determinarlo. Questa è la “valutazione cognitiva degli eventi” atteggiamenti e schemi mentali che determinano il modo in cui leggiamo la realtà, interpretiamo i fatti, ci poniamo di fronte alle cose.
-La risposta fisica di fronte ad uno stressor è legata alla reazione emozionale: ma questa, a sua volta, è determinata dal modo in cui ‘interpretiamo’ l’evento, cioè alla valutazione cognitiva. (Lazarus 1966).

Valutazioni cognitive diverse provocano risposte fisiologiche diverse. Durante la prestazione fisica, da questa valutazione derivano anche la gestione efficace della fatica o del dolore atletico. Chi ottiene maggior controllo sul filtro cognitivo quindi può orientare le risposte fisiologiche dell’organismo. Per questo la MENTE è ritenuta il più importante mediatore degli effetti fisiologici dello stress.

Renny
Personal Trainer

Osteopatia Donna

L’articolo di oggi è dedicato alle donne e ai problemi femminili.
Indagheremo numerose problematiche dell’apparato ginecologico e come possono essere trattate con l’osteopatia.

Partiamo parlando del DOLORE PELVICO CRONICO (DPC).
Con dolore pelvico si intende un sintomo doloroso non maligno percepito in strutture appartenenti alla pelvi sia nelle donne che negli uomini.
Può essere persistente o ricorrente, associato a sintomi indicativi di disfunzioni sessuali, del basso tratto urinario, dell’intestino o ginecologiche.

Il dolore pelvico cronico rappresenta sicuramente una patologia di non occasionale riscontro tra i nostri pazienti ed è responsabile di una alterata qualità di vita sia dal punto di vista fisico che psicologico e sociale.
La sua prevalenza nella popolazione femminile tra i 15 e i 73 anni è del 24% . Sebbene più frequente negli anni fertili, la sua intensità aumenta drammaticamente in menopausa.

Tutt’oggi il DPC è oggetto di ricerca e la sua fisiopatogenesi non è ben chiara,  infatti in circa il 30% delle donne affette non è possibile identificare alcuna patologia pelvica organica e, in coloro in cui è possibile, spesso la relazione con il dolore non è chiara. L’ipotesi più accreditata attualmente è che il dolore pelvico cronico sia dovuto ad una combinazione di condizioni algogene pelviche sia viscerali che somatiche muscolo-scheletriche e neuropatiche.

Il dolore pelvico cronico può essere collegato a uno o più fattori eziologici, come endometriosi, esiti di malattia infiammatoria pelvica, cisti ovariche, congestione vascolare pelvica, sindrome del dolore mio-fasciale, sindrome del colon irritabile, cistite interstiziale, calcolosi renale, dismenorrea primaria, alterazioni posturali, ipertono muscolo-scheletriche.

Il corpo femminile e la pelvi sono soggetti a considerevoli cambiamenti strutturali nel corso dello sviluppo. Durante gli anni seguenti al menarca la pelvi si allarga, i muscoli glutei si allungano e si verifica una rotazione interna dei femori che porta allo spostamento delle rotule. Durante le attività sportive, le giovani donne sono soggette a lesioni alle ginocchia e alle caviglie che possono essere attribuite alla debolezza dei legamenti provocata dalle influenze ormonali del ciclo mestruale.
Alcune di queste lesioni possono influenzare l’andatura e contribuire al dolore pelvico strutturale, infatti la costante rotazione interna dei femori può irrigidire i muscoli del pavimento pelvico, creando dolore. Quando il dolore cronico e’ idiopatico, ovvero senza una causa apparente che possa spiegare l’origine del dolore, e’ probabilmente dovuto a un circuito nervoso nocicettivo conosciuto come la “TEORIA DEL CANCELLO”, in poche parole: quando lo stimolo doloroso e’ prolungato nel tempo, questo sensibilizza la zona in considerazione creando una percezione del dolore aumentata e spropositata rispetto allo stimolo alla quale e’ sottoposta.

L’osteopatia, andando a lavorare sui tessuti molli e interrompendo questo circuito nervoso nocicettivo permette una notevole diminuzione della percezione del dolore.

Dal dolore pelvico cronico, ci colleghiamo a due altre condizioni che colpiscono molte donne: l’ENDOMETRIOSI e la MENOPAUSA.
L’endometriosi e’ una patologia cronica dolorosa che comporta l’anomala formazione di endometrio in zone esterne all’utero come intestino, tube, ovaie, perineo, vagina… .
Perché è dolorosa? Endometrio è il nome che prende lo strato epiteliale interno all’utero ed è un epitelio che risponde ai livelli plasmatici di estrogeni e progesterone, sanguinando ogni mese. Quando l’endometrio è presente anche in zone esterne all’utero, ma interne alla cavità addominale,  durante il ciclo si ha una vera e propria mestruazione di queste aree e, il sangue, che trasporta anche materie di scarto, crea una vera e propria infiammazione, cicatrici e aderenze che arrivano a provocare un dolore intollerabile durante il ciclo e i rapporti sessuali.
La diagnosi viene fatta sui sintomi e confermata con una biopsia.
L’endometriosi non si cura, ma la si può domare. Ovviamente il modo più sdoganato e facile è prendere la pillola o altri dispositivi ormonali in maniera costante in modo da non portare il corpo ad avere il ciclo mestruale, con tutti gli effetti negativi del caso.
L’osteopatia, abbinata ad una dieta anti infiammatoria, porta ad avere una diminuzione del 80% della sintomatologia.
La stessa cura, ovvero l’accoppiata osteopatia e nutrizione, ha ottimi risultati anche sulle caldane date dalla menopausa, infatti numerosi studi dimostrano che donne in menopausa togliendo bevande alcoliche e carne rossa, dopo 6 sedute di osteopatia hanno avuto una diminuzione del 60% della frequenza di caldane e una diminuzione dell’intensità e della durata.

Perché l’osteopatia funziona anche in questi casi?
Perché il corpo della donna durante il corso della vita e’ sottoposto a grandissimi cambiamenti che ovviamente portano a una continua modificazione della postura.
Con la terapia osteopatica si cerca di armonizzare la struttura corporea, non solo ossa e muscoli, ma anche fasce, facilitando cosi la trasmissione nervosa e ormonale.

Elena Agostini
Osteopata

 

Benefici e controindicazioni del crudismo

La filosofia dell’alimentazione crudista si basa sul PRINCIPIO secondo il quale la cottura degli alimenti ‘brucia’ molti principi attivi che, invece, potremmo salvare mangiano crudo.
Secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i crudisti sarebbero ormai l’8% della popolazione. Tengo a precisare che si tratta di una filosofia priva di fondamenti scientifici che approvino i benefici e i reali effetti di questa scelta alimentare …
Una “moda” salutista che negli Stati Uniti ha conquistato molte star e che coinvolge soprattutto i vegani ma non solo.

Norman Walker, pioniere del crudismo e del movimento vegetariano, agli inizi del ‘900 aveva teorizzato i rimedi naturali per vivere più a lungo (campò 99 anni), risolvendo disturbi e malattie con l’alimentazione. Sosteneva: “Oggi chiunque non conosca il valore terapeutico di succhi di verdura e frutta fresche è deplorevolmente disinformato”, ricordando che amminoacidi essenziali, minerali, sali, enzimi e vitamine necessarie al corpo sono nei vegetali.
Fu un’idea di Walker il primordiale spremifrutta, il Norwalk: una macina per macinare lentamente il crudo e una pressa per estrarne il succo (adesso ci sono estrattori – non centrifughe – per ogni tipo di prestazione e tasca!)

IN CHE COSA CONSISTE IL “RAW FOOD “
Una dieta crudista non è ricca soltanto di frutta e verdura: legumi e cereali germogliati, noci e semi, carpacci di carne o pesce, uova, latte non pastorizzato.
Mentre frutta, verdura e semi oleosi si consumano così come sono, cereali e alcuni legumi, che crudi sviluppano tossine, si consumano germogliati. La germogliazione è solo una delle tecniche della cucina crudista, oltre a marinatura, centrifugazione e frullatura, si usa l’essiccazione, una sorta di cottura al forno sotto i 45° (serve quindi un essiccatore) e la fermentazione per ortofrutta e semi.

Benefici del crudismo
I crudisti sostengono che gli alimenti crudi, o trattati a non più di 42°-45°, preservano intatti i principi nutritivi: vitamine, minerali, oligoelementi e soprattutto enzimi.
Nel cibo crudo di origine vegetale ritroviamo integre tutte le sostanze nutritive e vitali, gli antiossidanti, le vitamine, i composti fitochimici, i sali minerali organicati, che consentono al nostro corpo di mantenere o riconquistare la completa salute, il patrimonio enzimatico e un sano pH lievemente alcalino .. tutte condizioni che prevengono l’invecchiamento precoce, mantengono il sistema immunitario in perfetta efficienza e il corpo in salute”.

Precauzioni da adottare
frutta e verdure : la principale misura preventiva riguardo il loro consumo è il lavaggio accurato in acqua corrente potabile, spazzolandole bene ed eliminando parti danneggiate o scure che possono nascondere batteri. È consigliabile usare dei taglieri diversi da quelli usati per carne e pesce proprio per evitare contaminazioni crociate

carni: la cosa più importante da verificare al momento dell’acquisto della carne è che sia stato mantenuto il rispetto delle temperature, ovvero, che non sia stata interrotta la catena del freddo necessaria alla conservazione del prodotto. Bisogna limitare l’esposizione dei cibi a temperatura ambiente prima del consumo, è importante mantenere separato il crudo dal cotto anche nel frigorifero per evitare contaminazioni batteriche. Proprio perché parassiti e batteri si moltiplicano più facilmente con le alte temperature della stagione calda, le carni non devono presentare inscurimento nelle parti del taglio: il colore dovrebbe essere di un rosso vivo, e non rosso scuro tendente al nero

pesci: il rischio principale del pesce crudo è legato alla presenza di Anisakis, un parassita che si trova nelle viscere di alcuni pesci (come pesce azzurro, nasello o rana pescatrice) che può trasferirsi nelle carni dopo la morte dell’animale e trasmettersi così all’uomo. Può creare disturbi gastrointestinali e, peggio, indurre risposte allergiche in chi lo ingerisce, conducendo in rari casi anche allo shock anafilattico; l’Anisakis è un parassita piuttosto resistente, in grado di sopravvivere anche alla maggior parte dei sistemi di affumicatura e
marinatura. Che fare, dunque, se si vuole mangiare pesce crudo? Il primo passaggio da effettuare per limitare la presenza di Anisakis è eviscerare il pesce il prima possibile, ma per avere la certezza di eliminare i rischi, è necessario cuocere il pesce a temperature superiori ai 60°C. Se invece si preferisce crudo, bisogna effettuare il dovuto trattamento di bonifica, cioè, bisogna tenerlo a una temperatura di -20°C per almeno 24 ore

Sport e alimentazione crudista
Molti atleti seguono un’alimentazione crudista-vegana, alimentandosi con centrifugati di verdure, insalatone di verdure crude biologiche, frutta secca essiccata, insalatone con semi di germogli …
E possibile sostenere un’alimentazione vegana facendo sport ad alti livelli, con le dovute accortezze (no fai da te). Lo testimoniano Dave Scott, la sola persona al mondo ad aver vinto per 6 volte consecutivamente l’Ironman Triathlon, una delle più massacranti specialità atletiche; Miles, il solo
tennista in grado di vincere il titolo mondiale 10 volte, è vegano; Carl Lewis, vegano, campione di salto in lungo e di velocità; Martina Navratilova, tennista,
vincitrice di 59 prove del Grande Slam, vegana, a 47 anni ha vinto il suo 167° titolo in Australia; Robert Cheeke, atleta fondatore del Vegan Bodybuilding and Fitness, è vegano; Enzo Maiorca, campione mondiale di immersione, è vegano.

CONCLUSIONI
La dieta crudista è una dieta in cui vengono eliminati tutti i cereali, carne e pesce, dovendo essere consumati crudi, vengono limitati (visto il rischio batteriologico che comporta il loro consumo),così come i legumi, le patate e molti altri cibi tra cui le uova a causa dell’ AVIDINA contenuta nell’albume crudo, che inibisce l’assimilazione della biotina …
È dunque una dieta fortemente restrittiva, basata sul consumo di vegetali crudi, cereali germogliati, frutta fresca e secca, latte e formaggi, carne e pesce. Praticamente tutti i cibi industriali e tutti i prodotti da forno sono eliminati dalla dieta!

Qualunque dieta che restringa fortemente i cibi concessi apporta un beneficio nella fascia di popolazione (almeno la metà) che mangia troppo ed è in sovrappeso, perché mangiando meno si dimagrisce con beneficio per la salute.
Ma ovviamente per risolvere questo problema non è necessario diventare crudisti!
Vista da un’altra prospettiva, la dieta crudista ignora i vantaggi della cottura: rendere più digeribili i cibi (i crudisti non possono mangiare cereali, la fonte di energia che ha consentito lo sviluppo dell’uomo!); uccidere gli organismi patogeni (come la Salmonella, Escherichia coli, o botulino) migliorando dunque la conservabilità; consentire anche agli anziani con problemi di dentatura di nutrirsi in modo efficace; inibire l’azione dei tanti antinutrienti che troviamo negli alimenti crudi (vedi sostanze tossiche di cereali e verdura o l’avidina nell’albume d’uovo).

Il mio consiglio ..
E’ possibile seguire una dieta crudista a fasi alterne, per brevi periodi, per variare e usufruire dei benefici che questo tipo di regime può portare al nostro organismo, sempre sotto consiglio di uno specialista, ma sconsiglio di seguire questo tipo di regime a lungo nel tempo, in quanto la probabilità di andare incontro a forti carenze nutrizionali sarebbe notevole.

→ Un dolce crudista super energetico particolarmente indicato per chi fa sport:

Ingredienti:
per l’impasto
•200 g uvetta
•100 g noci
•50 g semi di zucca
•50 g semi di girasole
per la crema
2 avocadi
1 cucchiaio di cacao
1 cucchiaio di semi di carruba
5 di datteri reidratati
5 fichi reidratati
cocco in scaglie

Procedimento:
1. Frullate il tutto in un mixer quindi realizzate una base adagiando il composto in una tortiera alta foderata con carta da forno. Riponete in frigorifero per 30 minuti
2. Versate sulla la superficie della torta la crema al cacao realizzata frullando gli avocado con la frutta reidrata e il cacao.
3. Decorate con scaglie di cocco quindi riponete di nuovo in frigorifero per almeno 2 ore

Enrica
Biologa Nutrizionista

La mobilità articolare

Una capacità fisica che viene spesso ignorata e sottovalutata perché non se ne conosce l’importanza è LA MOBILITÀ ARTICOLARE cioè “la capacità di un soggetto di muovere una o più articolazioni con la massima escursione articolare possibile, senza alcun limite e senza dolore”.

La mobilità articolare rappresenta una qualità importante per un soggetto attivo; essa contribuisce infatti a mantenere il benessere fisico, una postura corretta ad economizzare i gesti, sviluppare forza, migliorare le performances sportive e prevenire gli infortuni muscolo-tendinei-articolari.

Il movimento è il punto dove mobilità controllata e stabilità dinamica si uniscono alle altre qualità atletiche.
L’allenamento della mobilità articolare è utile a migliorare la qualità della prestazione motoria, componente indispensabile sia nel processo di allenamento, che nella vita di tutti i giorni.
Migliorando la mobilità articolare è possibile eseguire movimenti di grande ampiezza con aumento:

  • della Forza: grazie all’aumento del range articolare viene coinvolto un maggior numero di fibre muscolari.
  • della Rapidità: un movimento più fluido può essere di conseguenza più rapido
  • della Resistenza: una migliore mobilità articolare aiuta a rendere il gesto più economico per via di una minor opposizione della muscolatura antagonista, abbassando il costo energetico.
  • del Recupero: una maggiore capacità di rilassamento muscolare aiuta a migliorare il recupero dopo un allenamento o una gara.
  • della Sicurezza: una maggiore capacità di allungamento e rilassamento di muscoli, tendini e legamenti contribuisce ad una migliore tollerabilità del carico, con conseguente prevenzione sugli infortuni.

“Nello sport una non sufficiente capacità di allungamento e rilassamento della muscolatura rende difficile eseguire un movimento tecnicamente perfetto, poiché non può essere eseguito in modo ottimale dal punto di vista dinamico e spazio-temporale”. (J.Weineck :L’allenamento Ottimale)

Un’adeguata mobilità articolare migliora il processo di apprendimento motorio e la capacità di sopportare sollecitazioni motorie di tipo condizionale. Una muscolatura accorciata e con scarsa capacità di allungamento sarà molto meno funzionale.
“I diversi gruppi muscolari lavorano secondo catene muscolari per cui l’accorciamento di un muscolo si ripercuote sull’intera catena compromettendo il pattern di movimento”. (cfr. Weber, Bauman 1988, 219)
“La mobilità articolare rappresenta un presupposto elementare per un’esecuzione qualitativamente e quantitativamente migliore di un movimento”. (Harre 1976, 170)
La possibilità di movimento è correlata inevitabilmente alle forme delle articolazioni, delle ossa e della costituzione corporea che cambia notevolmente da individuo a individuo.
Secondo Harre con l’allenamento adeguato sulla mobilità articolare, la capacità di allungamento della muscolatura non viene danneggiata dall’ipertrofia.
Detto questo è impossibile che un bodybuilder, seppur ben allenato sulla mobilità articolare, abbia la stessa mobilità generale di un ballerino di danza classica. Anche la fluidità e l’armonia dei movimenti risultano profondamente diverse. Quello che si può trarre invece, è che anche atleti con una grande massa muscolare possono avere comunque una buona mobilità articolare che permetterà loro di ottimizzare la loro prestazione.

    

 

In figura è rappresentata la piramide della performance ottimale ideata dal terapista statunitense Gray Cook, autore del best seller “Functional Movement System” nonché ideatore del sistema di screening delle funzionalità motorie di base più accreditato.
La base della piramide è rappresentata dunque dal movimento funzionale ossia da tutte le capacità motorie di base di cui un soggetto deve essere dotato.
Su una base sufficientemente larga di movimento funzionale possiamo sviluppare le capacità fisico-atletiche (functional performance) che, a loro volta, rappresentano la base sulla quale poter sviluppare capacità specifiche (functional skill).

Il lavoro di mobilità va continuato anche quando si è raggiunto il grado desiderato di flessibilità: rinunciando ad esercizi appropriati il grado di mobilità regredisce piuttosto rapidamente.

Il periodo dai 9 ai 14 anni è molto importante per lavorare sulla mobilità articolare dal momento che i risultati ottenuti permangono con facilità in età adulta. Anche se l’età ottimale è quella indicata è possibile comunque ottenere miglioramenti anche prima o dopo questo periodo.
“Tendini, legamenti e membrane manifestano una diminuzione del numero di cellule, una perdita di mucopolisaccaridi ed una riduzione delle fibre elastiche con l’aumentare dell’età”.  (Cotta – 1978, 149)
Questo non significa che un anziano debba rinunciare al raggiungimento di una buona flessibilità. Esso dovrà semplicemente lavorare con maggiore attenzione per un periodo di tempo più lungo. Una migliore capacità dei tessuti muscolari e connettivi di allungarsi può infatti essere raggiunta a qualsiasi età.

  

“L’apparato muscolare rappresenta il maggiore sistema organico ed è particolarmente soggetto ai cambiamenti provocati dall’età”. (Cotta – 1978, 150)
Si ritiene che lo stretching stimoli la produzione o conservazione di lubrificanti tra le fibre del tessuto connettivo impedendo, di fatto, la formazione di aderenze. L’esercizio può influenzare il grado con il quale si manifestano determinati processi quindi ritardare la perdita di flessibilità causata dal naturale processo d’invecchiamento.

In conclusione se la capacità di produrre energia da parte del corpo supera la sua capacità di muoversi efficacemente si andranno a caricare schemi motori disfunzionali, ciò può portare ad infortunio perché si sottopone una struttura fragile ad una forza che difficilmente riesce a gestire.

MuoviTi spesso ma MuoviTi bene!!!

Renny
Personal Trainer